lunedì 17 dicembre 2012

Arrivederci, sul nuovo sito

 
D'accordo, abbiamo aspettato qualche giorno prima di dirvelo. O meglio, ve l'abbiamo detto, ma sui social networks, non qui. Volevamo vedere come sarebbe andata a finire... e creare un effetto sorpresa, per chi fosse arrivato sul blog autonomamente. Ci siamo trasferiti. L'ennesimo prodotto della crisi? No, per fortuna. Avevamo definito la crisi che ci aveva indotto al rilancio, e cioè a lanciare questo stesso blog, come una crisi di crescita. Terminata la crisi, al contrario di quanto accade al paese Italia e al continente Europa, è arrivata la crescita. Al 442esimo post, questo blog lascia, stremato ma contento, e volentieri trasferisce i suoi contenuti al nuovo sito de L'Indice, www.lindiceonline.com. Che è poi l'indirizzo del vecchio sito, ma il sito è davvero nuovo. Perché riunisce sito e blog in un unico portale, e perché consente di abbonarsi online. Perché anche L'Indice è cambiato, è diventato digitale (e chi, se non L'Indice, poteva divenirlo?), e ormai si rivolge alla rete con la stessa attenzione con la quale si è rivolto, dal lontano 1984, al lettore della rivista cartacea. 

Veniteci a trovare, dopo aver ringraziato calorosamente blogspot per il servizio reso, in tutta gratuità. Siamo sempre noi, solo un po' nuovi, un po' cresciuti, un po' più istituzionali, un po' meno disordinati. Ma con lo stesso spirito libero di prima, quello che ci ha consentito di dar vita a un blog oggettivamente strano come questo. Che, ribadiamo, continuerà a esistere così com'è, con gli stessi "rubricanti", con la stessa regola di un articolo al giorno, con lo stesso linguaggio e la stessa voglia di provocare, divertire, informare, criticare, e se possibile consigliare. Continueremo, evidentemente, a rispondere ai commenti che giungeranno qui, pur con l'intenzione di trasferire ogni singolo articolo sia stato pubblicato sul vecchio blog a partire dal settembre 2011. Che ormai pare lontanissimo: e il merito è stato non solo nostro, ma anche e soprattutto vostro. A tutti coloro che si erano iscritti al blog, chiediamo ovviamente di contattarci (l'indirizzo è sempre lo stesso: blog@lindice.net) per ricevere la newsletter, di abbonarsi al nuovo rss, di cliccare "mi piace" sulla nostra pagina facebook. E poi, ma non lo chiediamo solo a loro, di comprare L'Indice: anzi, di abbonarsi. Scoprendo come sulle pagine del nuovo sito. Continuate a scegliere; come prima, ma con qualche opzione in più.

Grazie di cuore,
La redazione online dell'Indice
Mario Cedrini
Luca Borello
Federico Feroldi
Franco Pezzini

venerdì 30 novembre 2012

Osservatorio sull’editoria, 1








Dal numero in edicola
(novembre 2012)
 
  


A partire da questo numero abbiamo pensato di usare lo spazio della pagina di editoria per accogliere una serie di interviste agli editori. Le nostre domande – che evidenziano una chiara consonanza di vedute e una contiguità di idee e preoccupazioni – sono rivolte a illustrare le diverse strategie di sopravvivenza in un momento di crisi dal punto di vista economico e culturale. Offrendo ai lettori un quadro sintetico del panorama editoriale italiano, coltiviamo anche la segreta speranza di contribuire a creare una rete fra chi opera ancora nel segno della qualità e dell’impegno. I nostri più attenti lettori potranno inoltre osservare, al di là di tale novità, che in questo numero il “libro del mese” (per il quale normalmente ospitiamo due recensioni differenti) è sostituito dai “libri del mese”. Si tratta di due opere di Bourdieu (di cui una che raccoglie le lezioni ai corsi del Collège de France, non ancora tradotta in italiano) che ci restituiscono il ritratto di una figura fondamentale per la storia dell’“Indice”, fin dai tempi della feconda invenzione di “Liber”. L’eccezione ha quindi la valenza di un omaggio denso di ammirazione e di affetto verso il nostro compagno di viaggio.

Il libro è un bene comune
Intervista ad Agnese Manni

Agnese Manni
Vorremmo ragionare sugli effetti della crisi economica rispetto al mercato librario: come li valutate e in che misura li avvertite rispetto agli anni precedenti? 

La crisi economica ha acuito le storture di un mercato editoriale già malato, orientato in senso oligopolistico, in cui era complicato farsi spazio. Adesso è diventato quasi impossibile stare a galla, perché le majors (che possiedono, oltre a case editrici, anche catene di librerie, aziende di promozione e distribuzione, giornali e televisioni), anch’esse in crisi, serrano le fila. Negli ultimi mesi c’è stato un calo (già avviatosi negli ultimi due anni) delle copie fornite in libreria e, di quelle effettivamente vendute, con un aumento delle rese perché, le librerie essendo in crisi, rendono libri per avere un bilancio in pari con i fornitori. 
 
In quali termini avete compiuto delle scelte per farvi fronte? Sono intervenute modifiche nei vostri piani editoriali (titoli, collane, traduzioni, prezzi di copertina)? 
 
Usciamo con meno titoli, e “più sicuri”: meno poesia, meno letteratura sperimentale, insomma meno libri di quelli che garantivano poche vendite ma che volevamo avere in catalogo. Facciamo meno traduzioni, meno acquisti da cataloghi stranieri: meno investimenti, in una parola. Tentiamo di non alzare i prezzi di copertina da almeno due anni, anche se i costi, da quelli tipografici all’Iva di alcuni segmenti, aumentano. 
  
Avete operato dei cambiamenti organizzativi? Potete indicare quanti sono i vostri dipendenti fissi o a contratto temporaneo, e se c’è stata una perdita di posti di lavoro e/o un maggiore ricorso all’esternalizzazione? 
  
Obiettivo della casa editrice, da sempre, da quando ha iniziato a strutturarsi come azienda ed è uscita dal soggiorno di casa, è stata quella di creare dei posti di lavoro: per una vocazione politica, sociale dei miei genitori che l’hanno fondata, e anche perché nel luogo in cui viviamo mancavano molte risorse professionali: così le abbiamo formate, e assunte. Ora non ci è più possibile avere a tempo indeterminato due persone che impaginano, una che si occupa solo del magazzino (che abbiamo ancora interno: a Lecce e provincia non ci sono service esterni che potrebbero farlo in modo adeguato), un’altra che si occupa solo della redazione dei testi, una al centralino e alla segreteria generale, eccetera – ossia, abbiamo dovuto licenziare. Esternalizziamo, e ognuno di noi lavora di più. Qualcuno, ossia i fondatori di cui sopra, godendo di una pensione da insegnante, non percepisce retribuzione. Si autosfruttano, insomma… 

Qual è, sulla base della vostra dimensione aziendale e presenza sul mercato, il segmento più critico della filiera (produzione-distribuzione-punti di vendita)? 
   
La distribuzione e i punti vendita sono i nodi che vengono al pettine della già scarna capigliatura del sistema di concentrazione editoriale, quindi sono i più critici. Si fa molta difficoltà a mandare i propri titoli in libreria (quand’anche vengano ordinati da un cliente), ad averli esposti (se non si hanno i quattrini per comprare gli spazi nelle vetrine e nei punti nevralgici della libreria); si paga addirittura una penale se ci sono molte rese, che è un meccanismo finanziario che utilizzano i librai in questo momento di crisi, come accennavo prima. 
  
Quale ruolo gioca l’e-book nel mercato attuale? Come affrontate le innovazioni legate all’editoria digitale? 
 
L’e-book ha un ruolo ancora molto marginale nel complesso delle vendite; anche quello è un mercato già distorto, mentre è ancora in fasce, dalla concentrazione oligopolistica dei rivenditori on line. È un prodotto che devi avere ma il guadagno è così infimo (ancora più che sul prodotto libro di carta) che la differenza la fanno ancora una volta i grandi numeri. Con gli e-book noi ancora non siamo partiti, lo faremo, ma non mi aspetto che faccia la differenza. Soprattutto finché rimane una mera trasposizione dei contenuti del cartaceo su file. L’e-book deve essere un prodotto multimediale, con suoni e link e possibilità di interazione; non dovrebbe essere solo un libro. 
  
Quali interventi ritenete necessari per reagire alla crisi? Esiste una strategia comune a livello nazionale o prevalgono logiche e interessi divergenti tra i grandi editori e quelli medi e piccoli? 
  
Il mondo della piccola e media editoria e quello della grande sono due realtà a sé stanti; hanno in comune solo l’oggetto libro, ma credo che davvero si parli di due lavori diversi, di esigenze dissonanti, di problemi differenti, di strategie divergenti. Forse per la prima volta nella storia d’Italia sarebbe il caso che ci fosse un intervento pubblico di sostegno all’editoria indipendente, non perché piccolo è bello, ma perché essa garantisce pluralità d’informazione e maggior livello di formazione. E sto facendo un discorso tutto interno alla logica produttivista: le nazioni che hanno tassi di lettura alti, sono quelle economicamente più progredite. Il libro è un bene comune nel senso che la lettura è una risorsa pubblica, e – ripeto – risorsa nel senso di ricchezza che produce. Certo, se aspettiamo che Monti con il suo governo delle banche faccia qualcosa, crepiamo tutti… Ci si può organizzare dal basso, però, creando delle sinergie tra editori. A questo, in molti modi, stiamo lavorando; e ci dà fiducia.
  

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giovedì 29 novembre 2012

Brandani e i neo-primitivi




L'Indice dei libri
che non ci sono



Un errore non leggerli

di Luca Giorgi
Con la gioia di condividere una scoperta con i lettori dell’Indice, mi accingo oggi a presentare Zozzo. Un romanzo grammaticalmente scorretto, opera di Jonathan Brandani, capostipite del movimento letterario dei “neo-primitivi”, edita per i tipi della StilNovo.
 
Siamo di fronte qui ad un lavoro che va al di là del più folgorante libro dell’anno: Zozzo rappresenta una rivoluzione totale nel panorama culturale per innovazione narrativa ed originalità del linguaggio: un “rivolgimento di straordinaria e primitiva vitalità” (Tommaso Ridolfi Scotti, Lo sdoganamento dell’ ignorante, Mortacci Edizioni,
Ladispoli 2009).

Difficile racchiudere l’opera Brandaniana in un genere conosciuto. 
La lingua di Brandani è quella altissima e gutturale dell’uomo primitivo, povero di verbis ma ricco di animus, che si interroga sui grandi temi della vita e che, con possente ignoranza, ne trasferisce un ritratto di affascinante rozzezza.

Ma c’è di più. L’idioma Brandaniano diventa anche interprete della voce meravigliosamente volgare ed approssimativa dell’Italia di oggi, un mondo “troppo poco rappresentato nei salotti della cultura accademica e da questa frettolosamente relegata nelle segrete del popolar-catodico”. (Cecilia Colonna, Brandani c’est moi. L’invidia del letterato. Dal Grande Gatsby al Grande Fratello, Buzzicone Editore, Viterbo 2010).

Zozzo parla quindi il verbo che tutti noi, segretamente, vorremmo praticare, spogliati dal gessato della domenica “per vestire, almeno una volta, le spoglie del cesarone felice”. (Cecilia Colonna, ibid.)

Opera autobiografica, Zozzo presenta una trama fintamente banale tra le cui maglie però, si nascondono temi e rimandi di una vasta ed attualissima profondità: Jonathan, alter ego del protagonista, si innamora di Marika dalla quale però non è corrisposto e che lo preferirà a Ivan, suo amico d’infanzia; a causa di questo Jonathan romperà l’amicizia con Ivan mandandogli un lapidario sms con la scritta Zozzo.

Difficile però andare oltre e trasmettere al lettore i colori del romanzo senza concedersi un assaggio attraverso una breve ma significativa incursione nella prima pagina dell’opera nella quale peraltro, all’esservatore più attento, non sfuggirà la dotta citazione dell’incipit.

Prima però, per chi volesse saperne di più, vogliamo suggerire una personale e sintetica lista di quelle che rappresentano le opere più rappresentative del movimento neo-primitivo:

- Ciro Cannata, Elogio del rutto, Chateaubriant Editeur, Fontainebleau 2011

Un pamphlet di vibrante impegno morale scritto dal maestro indiscusso del gutturalismo

- Savannah Marangon, La Divina Kommedia, Ke figo Editore, Imperia 2003
Una rilettura dell’opera dantesca ad uso e consumo delle nuove generazioni

- Vito Santagata, Manuale di litigio televisivo, Editori Rustici, Termoli 2007
Una guida di indubbia utilità ad uso e consumo dei trash-opinionist, per non trovarsi impreparati nelle tenzoni catodiche

- Sue Ellen Ceccotti, Come abolire il congiuntivo e vivere felici, Edizioni della Crusca, Porto Recanati 1998
L’apologia dell’errore come recupero di una innata spontaneità.

- Deborah Falorni: Xkè?, EdiSim, Lovano 2008
Il primo romanzo interamente scritto con il linguaggio degli sms

L’INIZIO
Zozzo. Un romanzo grammaticalmente scorretto. 
“Tutte le famiglie felici sono felici a modo suo. La mia viceversa è in-felice.
Secondo me il problema della mia famiglia era il dialogo nel senso che mancava cuesta componente.
Con mio padre il problema del dialogo era maggiore anche per via della diversità di orientamento calcistico essendo lui lazziale e io romanista e cuando succedeva che una delle due scuadre perdeva erano litigi per via che uno diceva allaltro che aveva comprato la partita.

Mia madre e mia sorella erano più sullo stesso piano mio però con mia sorella (Jessica Brandani, sorella del protagonista e commessa presso il salone di estetica canina "Cane al Cane" di Viale Byron a Cerveteri,n.d.r.) una volta siamo stati due mesi senza parlare pervia ke lei diceva che Marika (Marika Giancotti, la fidanzata del protagonista, estetista di secondo livello presso il “Beauty Planet” di Cerveteri, n.d.r.) stava con me pervia soltanto ke io c’avevo il motorino.

Comunque a cuel tempo io stavo con Marika.

Non ke ci stavo proprio nel senso del rapporto stabile però c’era una certa frequenza possibilmente il sabato quando cisi vedeva da burghy ("Burghy&Trippa da Vito" di Vito Scapece, di Viale Emily Dickinson a Cerveteri n.d.r.) .

Io con le donne non ci avevo molta confidenza essendo personalmente di indole abbastanza introversa però con Marika io ci parlavo anke se lei diceva ke palle Jona (lei mi chiamava Jona) e comuncue  provavo un sentimento autentico che se avrei più coraggio proverei a dimostrarlo ma purtroppo l’aspetto estroverso mi manca dal mio carattere.
Ke poi era sempre pervia del mio carattere ke avevo debolezze nello studio anke se lapplicazione non mi mancava ma non ci avevo la concentrazione un pò come la roma ke si si è fatta infilare due pappine dal catania in casa nel secondo tempo.
Però non vorrei andare fuori tema kome dice sempre la prof. di lettere e ritornare a parlare di Marika ke poi è la trama di cuesto romanzo ke si evolve cuando un bel giorno io la vedo da burghy con Ivan Tassinari ke era mio amico...”.

IL LIBRO
Zozzo. Un romanzo grammaticalmente scorretto

Jonathan Brandani
“Brandani ha la grazia lessicale del selvaggio, il suo è l’alfabeto dell’anima”.
Giulio De Silva - Nuove Lettere

“Non correggiamolo: è un genio”.
Laura Bellu - Tendenze

“Il solo errore di Brandani è quello di non aver scritto di più”.
Marilena Polati - Akademia


L’AUTORE
Jonathan Brandani ha 34 anni e frequenta l’ultimo anno all’Istituto Professionale “Giacomo Leopardi” di Roma.

Questo è il suo primo romanzo.
  



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mercoledì 28 novembre 2012

Ahimè, povero Sade – io lo conoscevo bene



De genere


Favola nera di un'antireliquia

Jacques Chessex, L'ultimo cranio del marchese di Sade, € 12, pp. 109, Fazi 2012

Strano libro, questo vertiginoso romanzo testamentario, inquietante e orrido, di un autore che pure in precedenza non aveva risparmiato inquietudine e orrore (basti citare Il vampiro di Ropraz, in Italia per Fazi 2009); e il senso di spiazzamento all’uscita, a due mesi dalla scomparsa di Chessex, è risultato tale da suggerire alla sua patria Svizzera di censurarlo come pornografico.
  
Va detto che se il Divin Marchese è ormai sortito dagli inferni delle biblioteche e si trastulla in (diffusissime) edizioni economiche, la sua immagine corrente resta come inodore, presentabile e birichina nell’ammiccare al sadomaso più modaiolo; mentre Chessex, forte dei documenti sul Sade storico e in particolare sull’ultima stagione a Charenton, non teme d’indugiare su quel corpo violato dal piacere e dallo sfascio, tenuto insieme da una ringhiante volontà e da misteriose fiamme interiori, e sul rapporto tra compulsività e libertà delle sue pratiche. Ma ciò che, a un livello più sottile, colpisce del romanzo è piuttosto il rapporto tra l’antireliquia del cranio di Sade, depositario di quella volontà furibonda e icona di una sopravvivenza post mortem tutta terrena, e il memoriale dell’autore stesso scomparso poco dopo – e che con un simile testamento si congedava. Il cranio e il manoscritto, insomma, avvicinati dallo stesso rapporto di riproducibilità (le copie del cranio saettanti i medesimi effetti calamitosi dell’originale, le copie del libro che riportano l’impasto torbido di sogni dell’autore): a echeggiare insieme il rapporto di Sade con la scrittura, quello tra realtà e finzione (le malefatte vere o presunte dei crani del marchese, che traghettano dalla ricostruzione storica all’apologo fantastico) e la visione disincantata e curiosa di un restare sulla terra oltre il limite della morte, sopravvivendo in pulsioni e parole altrui. Queste e quelle egualmente conturbanti.

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martedì 27 novembre 2012

La guerra di Star Trek


 
Condominio
Parnaso


Alcune note sui beni comuni che l'economia di guerra ha dimenticato


In un vecchio episodio della prima (e per me unica) serie di Star Trek, quella realizzata in economia negli anni sessanta, l’equipaggio della nave spaziale Enterprise capitava in un pianeta che aveva abolito la guerra. Il guaio è che quel pianeta era in conflitto con un altro che a sua volta aveva abolito la guerra. La soluzione era che la guerra veniva simulata al computer. Ogni giorno qualche abitante dell’uno o dell’altro pianeta riceveva un avviso: nella guerra simulata la sua casa era stata distrutta, e quindi si sarebbe presentata – nella realtà – una squadra di demolitori per abbatterla (erano così civili da darne preavviso), oppure e peggio nella simulazione era stato ucciso: doveva quindi presentarsi in appositi centri per essere effettivamente ucciso (ma tutto in modo indolore, naturalmente).
 
François Hollande e Mario Monti
Mi è venuto in mente questo episodio, che avevo completamente dimenticato da decenni, quando ho sentito prima Mario Monti, poi François Hollande usare la parola “guerra” applicata alla crisi in corso. Non capisco assolutamente nulla di economia e finanza (forse perché non ho mai avuto consuetudine con la materia prima di tali discipline, il denaro), quindi mi espongo docilmente alle bastonature dei competenti - a quelle dei “tecnici” ci sono già abituato da poco meno di un anno; ne arrivavano anche prima, ma almeno quelle si sapeva che erano propriamente manganellate.
 
Tuttavia, provando a guardare un po’ in giro, con un minimo di attenzione, par di capire che questa crisi non sia come le altre: forse nemmeno come quella, tante volte evocata, del 1929. Che non abbia confini chiari; che non abbia contorni definiti; che a ondate più o meno regolari si accanisca contro questo o quel paese; e dentro ciascun paese, con specifiche categorie, quali dipendenti pubblici, pensionati, fruitori di scuole, università, ospedali pubblici.
 
Mi sono allora chiesto, e immediatamente la mia percezione è alquanto cambiata, se non si tratti affatto di una crisi economica, per quanto grave, ma propriamente di una guerra. Una guerra incruenta o comunque silenziosa, come quella descritta da Star Trek. Una guerra senza eserciti, senza offensive, senza bombardamenti, senza sirene che annunciano l’allarme. Una guerra non militare, forse perché tutti sanno bene che una terza guerra mondiale condotta militarmente non avrebbe, fatalmente, vincitori (e quando anche li avessero, sarebbero trionfatori in un deserto invivibile). Ma pur sempre una guerra, con epicentro tra Stati Uniti e soprattutto Europa ma estesa ormai al mondo intero. Vittime sono i lavoratori, invece dei soldati; le aziende che chiudono per fallimento invece che per bombardamento; gli ospedali e le scuole cancellati o abbandonati dai tagli; la cultura che in tempore belli è la prima cosa a cui solitamente si rinuncia; la quantità crescente di persone che si mettono in fila alle mense pubbliche. Le analogie potrebbero estendersi all’idea di rilanciare la social card, nuova tessera annonaria, e alla tanto celebrata operazione Cieli bui per risparmiare energia, versione aggiornata del coprifuoco.
 
E pur tuttavia una guerra non tra stati, ma tra categorie sociali: cioè una guerra di classe. Ci siamo arrivati, alla fine: all’esaurimento del ciclo del capitalismo storico una classe muove guerra all’altra. Solo che, contrariamente a quanto Marx prefigurava, non è stato il proletariato a combattere il capitale, bensì l’esatto opposto. Prima la dottrina della trickle down economy ha permesso di interrompere ogni redistribuzione di reddito, concentrando quest’ultimo sulla cima della piramide; ora è al volta dell’idea di “crescita senza sviluppo”. Se poi il Pil diventa il principale criterio di valutazione, il gioco è quasi fatto: il Pil nazionale può crescere anche a fronte dell’arricchimento esponenziale di una fascia ristretta o ristrettissima di popolazione, a fronte dell’arretramento delle condizioni di vita della maggioranza (“i sindacati devono diffondere una cultura della povertà piuttosto che dei diritti”: mi pare che un famoso supermanager abbia detto recentemente qualcosa del genere). In uno scenario del genere le ruberie di politici e affaristi sono semplicemente fisiologiche: come lo è il mercato nero in tempo di guerra.
 
Tale quadro ermeneutico mi si è confernato pochi giorni fa, quando, nell’ambito di una ricerca in corso, ho consultato presso l’Archivio della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Milano le pratiche relative alla protezione di opere d’arte durante la seconda guerra mondiale.
 
Anche qui una analogia sorprendente: se in quel caso solo un numero in definitiva limitato di opere entrava in quello che oggi chiameremmo un programma di protezione, mentre la maggior parte veniva lasciata alla propria sorte, anche oggi le limitatissime risorse ancora destinate al patrimonio storico privilegiano poche cose, turisticamente produttive e redditizie (recentemente ho letto, con terrore, che il Museo Egizio semiprivatizzato sarebbe un museo “che funziona” per il semplice motivo che ha un buon fatturato), mentre l’enorme quantità di piccoli musei, chiese di campagna, centri storici minori, che non potrà mai accedere a grandi fatturati (sic!), vede allontanarsi le risorse tanto pubbliche quanto private, tese semmai a un ritorno di immagine che la piccola chiesa romanica in mezzo ai campi non può garantire.
 
Queste realtà saranno votate alla dimenticanza, sperando che tempo, sterpaglie, intemperie, dolo, speculazione edilizia non li “bombardino”. O che siano protette da comunità tanto lungimiranti quanto determinate a una vera e propria “resistenza”, fatta di ricerche storiche, corretta divulgazione, interventi di manutenzione ordinaria (possibilmente di comune accordo con gli organi di tutela, che dovrebbero stare compattamente da questa parte del fronte, resistendo a tentazioni e/o pressioni provenienti da sponsor e politica), promozione che è altra cosa dalla “valorizzazione”, e soprattutto di corretto uso.

Una chiesa ancora consacrata vive se ci si dice ancora messa, o almeno il rosario (senza ironia: la vecchina col foulard in testa e il rosario in mano è spesso più utile per queste realtà del grande sponsor), anche se è in mezzo a un prato tra campi di granoturco;: un museo anche piccolo vive se è visitato e se gli studiosi vi fanno ricerche; le biblioteche e gli archivi vivono se lettori e studiosi li frequentano abitualmente.

Avremmo pure un esempio, a quel punto – spero di non illudermi – davvero positivo e funzionante, di intervento “privato” a difesa e sostegno di un bene comune che l’economia di guerra ha dimenticato.



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lunedì 26 novembre 2012

Che ci fate ancora qui? (novembre 2012)

Otto delle ottantadue (e qualcuna di più) ragioni per chiudere il pc, riunire monete per un valore totale di sei euro e correre dal giornalaio di fiducia per acquistare L'Indice di novembre.

Senza dimenticare che a partire da giugno la versione per iPad è acquistabile a prezzo ridotto presso l’edicola virtuale Ultimakiosk, applicazione gratuita per iPad


La prima. 
La pagina sull’editoria, che in questo numero avvia una serie di interviste agli editori – a partire da Agnese Manni. Nell’offrire ai lettori un quadro sintetico del panorama editoriale italiano e delle diverse strategie di sopravvivenza in un momento di crisi, coltiviamo la segreta speranza di contribuire a creare una rete fra chi opera ancora nel segno della qualità e dell’impegno.
 
La seconda.   
Narrare Taranto, ascoltando Girolamo De Michele, e gli altri Segnali: letture critiche e polemiche di Pasolini, a cura di Enzo Rega e Alfredo Nicotra; Ugo Olivieri presenta i nuovi studi su Ippolito Nievo; Scientology, una fanta-setta miliardaria tra religione e filosofia, e il film The Master di Paul Thomas Anderson (USA 2012) sotto la lente di Andrea Pagliardi e Martino Gozzi; Mo Yan presentato da Andrea Tarabbia e (1995) Cesare Cases; Marcello Vigli ed Emiliano Rubens Urcioli affrontano rispettivamente il rapporto Chiesa/Stato italiano anche alla luce della vicenda delle carte segrete di Benedetto XVI, e quello della Chiesa con la sfida della rete per il controllo dei beni di salvezza; i pericoli corsi oggi dalla letteratura e la seconda vita del romanzo secondo Giuliana Ferreccio; Francesco Cassata riflette sul rapporto di filosofia e letteratura italiane con le tensioni innescate dallo sviluppo tecnologico e industriale, e Alessandro Morandotti sul difficile compito dei musei di catalogare le collezioni.

La terza.   
Il Libro del mese, che in questo numero è sostituito dai “libri del mese”, due opere di Pierre Bourdieu che restituiscono il ritratto di una figura fondamentale per la storia dell’Indice, fin dai tempi della feconda invenzione di Liber. Ma anche il Primo piano, stavolta una costellazione di titoli nel ventennale dei Dioscuri della nostra giustizia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: Il vile agguato di Enrico Deaglio (Feltrinelli 2012), Napoli non è Berlino di Isaia Sales (Dalai 2012), Liberi di scegliere di Alessandra Dino e Licia A. Callari (Mimesis 2011) e due spettacoli di Claudio Fava, Novantadue. Falcone e Borsellino, 20 anni dopo e Lavori in corso.

La quarta.  
Le recensioni su letteratura e arti: narratori italiani (Giagni, Cornia, Pavolini, Nigro, Montanaro), poesia (Anedda, Goldberg, Bellocchio), la pagina sul Premio Calvino (Verri, Cinquegrani), le altre letterature (John Williams, Friedrich Christian Delius, Olga Tokarczuk, Lucette Destouches e Véronique Robert sul Céline segreto, Michel Tremblay) e, per i classici, i ritorni di Rabelais e del Siddhartha di Hesse. Poi fotografia, arte
 
La quinta.  
Per medicina, L’imperatore del male. Una biografia del cancro di Siddhartha Mukherjee (Neri Pozza 2011); per scienze, Geni a nudo. Ripensare luomo nel XXI secolo di Helga Nowotny e Giuseppe Testa (Codice 2012) e Scienza e scienziati. Colloqui interdisciplinari a cura di Elena Gagliasso, Rosanna Memoli e Maria Elena Pontecorvo (FrancoAngeli 2012). Poi economia (Fuori da questa crisi, adesso! di Paul Krugman, Garzanti 2012), società (le nomine pubbliche tra clientelismo e spoils system; rituali, piaceri, politiche della collaborazione), diritto (il velo nell’Islam; il rapporto tra diritto e forza tra medioevo ed età contemporanea), medioevo, storia del Novecento

La sesta.   
Come al solito i Quaderni, con Camminar guardando ed Effetto film (Reality di Matteo Garrone, Italia-Francia 2012) e le pagine con interventi e appuntamenti della Fondazione Bottari Lattes.

La settima.  
Naturalmente le schede (Letterature, Narratori italiani, Storia, Politica, Architettura) e gli altri consueti appuntamenti – Villaggio globale con interventi da Buenos Aires, Francoforte e Londra, Appunti di Federico Novaro e Babele.
 
L'ottava, e le altre settantaquattro. 
Ancora e sempre la possibilità di continuare a scegliere: ottantadue libri in quarantotto pagine.


Il sommario e tutti i libri recensiti nel numero
(scarica le immagini per ingrandire)



domenica 25 novembre 2012

L'ansia di cogliere la grande occasione








Dal numero in edicola
(novembre 2012)
 
  


Reality
di Matteo Garrone, con Aniello Arena, Loredana Simioli, Nando Paone. Italia-Francia 2012

di Massimo Quaglia

Fin dall’ampio e complesso movimento di macchina collocato in apertura, Matteo Garrone indica allo spettatore l’orizzonte estetico all’interno del quale si è mosso in questa sua ultima opera. Un orizzonte che si potrebbe definire cinematografico per antonomasia, in quanto delineato da piani sequenza e long take, nonché da un montaggio ispirato al principio della fluidità nei raccordi, vale a dire da una serie di elementi capaci di esaltare al massimo grado la connaturata e peculiare tendenza ad agire in termini di durata temporale mostrata in innumerevoli occasioni dal cinema. Con un “semplice” travelling il regista romano segna da subito e in modo inequivocabile la propria presa di distanza rispetto alle prassi espressive tipiche del medium al centro del suo racconto, ovvero quella televisione le cui linee guida consistono nella discontinuità e nella velocità. Ci si ritrova così di fronte a un forte e risoluto tentativo di riappropriazione di un territorio invaso da “barbari” che hanno addirittura conquistato un luogo mitico dell’immaginario filmico come è Cinecittà (lì sorge infatti il set del Grande fratello). Il risultato che scaturisce da una tale esibizione di potenzialità linguistiche contrapposte all’implicita povertà delle inquadrature pensate da e per il piccolo schermo è il succedersi di diversi momenti di notevole fascino ed efficacia sul piano visivo. Aspetto certo non di secondaria importanza per un prodotto audiovisivo e al quale contribuiscono pure le precise e rigorose scelte effettuate in materia di scenografia e di costumi. Senza dimenticare l’indubbio valore aggiunto fornito dal lavoro di casting e di direzione degli attori, praticamente tutti – salvo Claudia Gerini, che fa una fugace comparsa nelle vesti della conduttrice del programma – esordienti o caratteristi di origine campana, bravissimi nel mettere in scena una comune e significativa pregnanza fisiognomica. Fra costoro spicca poi in maniera specifica Aniello Arena, che offre una prestazione letteralmente maiuscola. La sua è una performance straordinaria non soltanto perché interpretare il ruolo principale in una simile vicenda comporta un alto fattore di difficoltà determinato dalla sostanziale e costante prossimità della macchina da presa, ma anche per il fatto che si tratta di un detenuto normalmente abituato a recitare a livello amatoriale nella compagnia La Fortezza costituita da Armando Punzo presso il carcere di Volterra, dove Arena sta scontando una pena, e non di un navigato professionista del mestiere. 
 
Luciano è un pescivendolo napoletano che, per far piacere ai figli, decide di partecipare alle selezioni del Grande fratello. È convinto che il provino sia andato molto bene e che debba ricevere da un istante all’altro quella chiamata per entrare nella “casa” destinata a cambiare il corso della sua esistenza, assicurandogli ricchezza e notorietà immediate. La telefonata però non arriva e l’uomo incomincia a sospettare di essere controllato dagli organizzatori della trasmissione, scivolando progressivamente in uno stato di ossessione paranoica. L’ansia spasmodica di cogliere al volo la cosiddetta “occasione della vita” lo spinge quindi a perdere totalmente i contatti con il mondo e di conseguenza, cosa di ancora maggiore gravità, a smarrire completamente la propria identità. 
 
 
Garrone trae spunto da un episodio di cronaca per realizzare un film in cui, attraverso la deriva mentale di un protagonista divenuto incapace a distinguere il reale dalle sue patologiche fantasie, emerge, nitida, l’effettiva e profonda differenza che intercorre in generale tra realtà e reality, poiché quest’ultimo rappresenta in verità lo spazio principe della manipolazione dei dati concreti e del trionfo del falso. Con i co-sceneggiatori Maurizio Braucci, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso ha optato per un’impostazione narrativa di taglio fiabesco, seppur declinata con un gusto barocco e surreale che le infonde un evidente tono nero. Dimensione fantastica estremamente agevole da riscontrare, per esempio, nell’incipit e nell’epilogo che si richiamano reciprocamente per la loro rispettiva raffigurazione aerea del cielo, nel frequente utilizzo di accentuate angolazioni dall’alto che sembrano evocare il punto di vista del narratore onnisciente tradizionalmente contemplato nell’ambito del genere fiabesco, nell’apparizione di un oggetto chiaramente archetipico della favolistica come la carrozza nella sequenza iniziale, nella musica firmata da Alexandre Desplat che disegna atmosfere sognanti e ricorda da vicino le colonne sonore composte da Danny Elfman per Tim Burton. 
 
Una delle caratteristiche distintive delle favole è tuttavia anche quella di proporre all’attenzione del fruitore, oltre la superficie della storia, temi che abbiano una valenza universale. Reality delude le aspettative proprio su tale versante, perché si limita alla messinscena – interessante sotto il profilo psicologico, per carità – di un dramma personale, senza riuscire a infondere un respiro un po’ più ampio a un percorso decisamente particolare, individuale. Non persuade pienamente nemmeno l’intero approccio al materiale diegetico, troppo freddo, inadatto a suscitare qualsivoglia emozione in chi guarda. Una palese carenza sul piano empatico che non viene affatto controbilanciata sul côté razionale da una puntuale analisi del fenomeno e delle sue ricadute. Garrone si attarda su alcune situazioni che, lungi dal concedere ulteriore impulso allo sviluppo della vicenda, rischiano invece di trasformarla in un bozzetto quasi banale, improntato a un facile ed esagerato effetto caricaturale. Al film manca soprattutto una prospettiva, non si pretende politica, ma almeno critica nei confronti dell’argomento che affronta. E i presunti riferimenti al suo lungometraggio precedente, Gomorra (2008), si esauriscono nella condizione architettonica di assoluta fatiscenza che accomuna il moderno complesso edilizio intorno al quale si articola quella pellicola e il vecchio palazzo qui abitato dal protagonista con i suoi familiari. Per quanto poi concerne le attività illegali che vedono coinvolti Luciano e la moglie (il poco comprensibile traffico dei robottini), sebbene simboleggino esplicitamente il “ventre molle” della società italiana in cui affondano biecamente le loro radici (o, meglio, i loro tentacoli) le mafie, paiono piuttosto rimandare all’antica arte nazionale di arrangiarsi. Un’arte illustrata nel passato da altri titoli e autori, che però, contrariamente a Garrone, hanno saputo suggerire al pubblico, sia in chiave comica che seria, una lettura in grado di interpretarne le dinamiche soggiacenti. 
 
Matteo Garrone
Presentato in concorso all’ultima edizione del Festival di Cannes, Reality è stato insignito, come già era accaduto all’epoca con Gomorra, del Gran premio speciale della giuria. Un riconoscimento francamente un po’ eccessivo per un’opera che viaggia a corrente alternata, forse frutto, a voler essere maligni, dell’intenso lavorio diplomatico del presidente della giuria di quest’anno, Nanni Moretti. A maggior ragione considerando che su tematiche analoghe è possibile rinvenire esiti di sicuro più soddisfacenti: si rammentino da un lato Bellissima (1951) di Luchino Visconti, incentrato sulla sindrome del successo a ogni costo, dall’altro The Truman Show (1998) di Peter Weir, che mette in campo tutto il classico armamentario espressivo del cinema hollywoodiano, non esclusa una certa dose di enfasi retorica, per dipingere un coinvolgente ritratto degli esatti meccanismi di funzionamento dei reality show, osservati proprio subito dopo la loro comparsa. Di un giudizio positivo superiore al suo effettivo valore aveva d’altronde usufruito anche Gomorra, in verità non un capolavoro, ma solo un buon film con alcuni passaggi di alto livello. Si tratta di un processo di sopravvalutazione che logicamente riguarda in generale la poetica di Garrone, un autore nei confronti del quale si nutrivano grandi aspettative, confortate da titoli come L’imbalsamatore (2002). Il problema è che nei dieci anni successivi la sua idea di cinema si è leggermente involuta, perché, pur confermando un indiscutibile talento registico, si è talvolta perso in ricerche formali fini a se stesse. Se vorrà fare il definitivo salto di qualità dovrà costruirsi uno sguardo sulla realtà che non si basi soltanto sull’eccellenza della componente visiva, ma che sappia spingersi in profondità, giungendo al cuore delle cose.


M. Quaglia è critico cinematografico
massimo.quaglia@libero.it



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