L’agosto 2011 sarà forse ricordato per
la reazione “neorealista” al postmodernismo. Il numero estivo (5/2011) di MicroMega sul concetto di verità, e una rapida
riedizione del dibattito Ferraris-Vattimo ospitato da Repubblica per il grande pubblico contribuiranno forse a segnare una
nuova era. Gli anni Novanta del secolo scorso e gli anni Zero di quello
corrente: “quando eravamo postmoderni”, diremo magari in futuro, ma in mente avremo i decenni dei Settanta-Ottanta, quelli dell’inizio
ufficioso del postmoderno, con La condizione postmoderna
(Feltrinelli, Milano 1981) di Lyotard (1979) e da noi Il pensiero debole (Feltrinelli,
Milano 1983) di Vattimo e Rovatti; anni nei quali questi ultimi ricordavano che
la modernità, quel tempo nel quale il moderno è di per sé positivo, era ormai non
solo all’apogeo, ma anche agli sgoccioli; o quantomeno, se ne aveva piena
consapevolezza, la modernità spiegata includeva il suo superamento (o ancora, “il
postmodernismo racchiude in sé il movimento che si prefiggeva di ribaltare”,
come spiega Edward Docx su Repubblica del 3 settembre). Quasi
scontato, dunque, che se fino a qualche anno fa, erano i Settanta a essere
(forse con troppa enfasi) riscoperti, attualmente sono gli Ottanta, gli anni di modernità compiuta e postmodernismo, a
monopolizzare la nostra attenzione.
Certo, il saggio di Veltroni è in realtà un saggio su Vermicino: della vicenda Peci continuiamo a sapere poco o nulla, così come delle Br di Senzani (eppure, altro paradosso, continua a esser vero che, come scriveva Sergio Segio in Una vita in prima linea (Rizzoli, Milano 2006), la “storia” – tra le tante possibili – del terrorismo italiano che da sempre i media, e noi con loro, utilizziamo, è quella raccontata dalle Br; a queste ultime si è concesso quasi un monopolio, nonostante la generale reticenza storica mostrata dagli esponenti della seconda generazione, quelli cui si continua a chiedere “perché”); e nel libro è evidente l’insistere su Alfredino, anziché su Peci, come esempio paradigmatico dell’Italia che verrà. Veltroni non rinuncia a criticare, costantemente, chi compiange “quegli” anni, anni nei quali, appunto, il buio del sequestro di una persona valeva poco, mediaticamente, di fronte alla possibilità di una diretta da un pozzo nel quale è caduto un bambino; anni nei quali le tante schegge delle Br si contendevano, usando come arma l’assassinio, il logo e la sua potenza simbolica, ecc. Ma è di fatto degli anni Settanta, restii a scomparire dalla scena nonostante l’irrompere dell’“occhio della tv”, che l’autore narra, e la vicenda di Alfredino diviene lo spartiacque con gli Ottanta.
Costringendoci a riflettere sulle molteplici
ragioni dello spostamento in avanti della concezione di vintage, dai
Settanta agli Ottanta, l’affascinante saggio di Marco Gervasoni, Storia d’Italia degli anni Ottanta. Quando eravamo moderni (Marsilio, Venezia 2010), insiste
in particolare, e giustamente, sulla mancanza, per così dire, di valide
alternative: ai decenni del postmoderno compiuto, dai Novanta in poi, manca forse quello “spirito”, quella
“marcata identità” che invece contraddistingue gli Ottanta, decennio nel quale
già i contemporanei erano “consci di vivere in un periodo nuovo e diverso
rispetto al passato”. Le vicende sulle quali si sofferma Veltroni sono solo
sullo sfondo, con Pertini – il presidente che a Vermicino dimostrò purtroppo
l’impotenza dello stato italiano, come già accaduto un anno prima con il
terremoto dell’Irpinia; ma anche uno degli eroi degli anni Ottanta, così
diverso da predecessori e successori, primo e ultimo della specie – a fare da
raccordo. Gervasoni tenta di spiegare perché gli Ottanta apparissero già
allora, tutto sommato, come anni positivi, di modernità quasi gioiosa, appunto,
quantomeno carichi di ottimismo; ben sapendo che solo gli anni Novanta (che si
aprono con la caduta del Muro, e continuano con le speculazioni del 1992 ma
anche con la rivincita dell’ingresso in Eurolandia; che vedono l’avvento di
Berlusconi ma anche la passione civile di Tangentopoli e del governo
dell’Ulivo) hanno mantenuto un po’ di questo colore. Ad aprire gli anni Zero è
l’attacco alle Torri, e a chiudere un decennio di guerre americane (in ciò
simile, purtroppo, a quello precedente) è la crisi economica più violenta dagli
anni Trenta, quella che con tutta probabilità segnerà buona parte di questi
anni Dieci.
Gervasoni ci consegna uno splendido
ritratto di quel decennio lontano, che attinge dalle opposte visioni, definite
degli “apocalittici” e degli ”integrati”. Come spesso accade nelle
rivisitazioni del decennio, sono gli apocalittici (e con loro il Pci di
Berlinguer prima, Natta poi e Occhetto infine; Gervasoni è storico in
particolare del Psi e del socialismo) a uscire sconfitti, e degli integrati si
riconoscono in fondo le virtù di preveggenza. Ma l’operazione non pare strumentale,
e anzi si rivela a tratti entusiasmante: dopo aver descritto lo spirito degli
Ottanta per tramite di alcune parole d’ordine – “ricerca della libertà
individuale, fine delle ideologie politiche, perseguimento della soddisfazione
personale, attraverso la realizzazione professionale e anche il guadagno. Una
sorta di collettivo “arricchitevi”! non solo in senso finanziario, ma anche (e
forse soprattutto) rivolto ad acquisire esperienze, intraprendere nuovi
percorsi e orizzonti” –, Gervasoni ne rintraccia le tante espressioni in ogni
aspetto della società (della politica, della cultura, dello spettacolo, dei
comportamenti di lavoro e consumo), in un bellissimo viaggio a tappe (gli
“eroi” del decennio, Pertini, Reagan, Craxi, Muccioli, Romiti; l’impreparazione
del Pci e i meriti, per così dire, self-fulfilling dei socialisti; le
nuove forme delle rivolte studentesche; l’improvviso appeal dei
postmoderni in filosofia e letteratura; la secolarizzazione; le strane figure
di Quelli della notte e Indietro tutta;
il rinnovato sbarco americano in un paese che più degli altri ha sentito l’internazionale – Reagan
e Thatcher docent – spirito degli Ottanta soffiare, con il suo
individualismo costretto a innestarsi su di una società non ancora di
individui) percorso per altro prevalentemente sulle pagine di Repubblica,
il quotidiano che appunto negli Ottanta giunse a essere il primo d’Italia. Ciò
che oggi consente tra l’altro al lettore compiutamente postmoderno di ricercare
su Internet, articolo per articolo (l’archivio di Repubblica inizia dal
1984, e anche quello del Corriere della Sera è limitato; quello della
Stampa si spinge fino all’Ottocento) tutte le guide
utilizzate da Gervasoni nel suo cammino a ritroso, per riassaporare quello che
è stato il nostro particolare modo di vivere gli Ottanta e la loro modernità.
Ecco allora, citazioni insieme divertenti e raccapriccianti, lo scontro tra
punk e “paninari” a Milano nel 1984, e il pontefice del tempo, Wojtyla,
ricevere in udienza, un anno dopo, Almirante e Le Pen per raccomandare loro di continuare
a combattere contro l’aborto e “la decadenza dei valori morali in Europa” (“provare
per credere”, per utilizzare il celebre slogan di uno dei personaggi
simbolo degli Ottanta: correte a leggere…).
È uno dei principali meriti del libro
il coinvolgimento costante, nel tentativo di riportare in vita quello spirito,
dei suoi principali cantori. Chiamati a condensarlo in pochi cenni sono di
volta in volta l’Andrea De Carlo di Due di due e Macno
(Bompiani, Milano 1984), il Roberto d’Agostino di Quelli della
notte (con il mantra “pensiero debole - edonismo reaganiano”) e Come
vivere e bene senza i comunisti (Mondadori, Milano 1986),
e infine il Pier Vittorio Tondelli di Rimini
(Bompiani, Milano 1985). È quest’ultimo il vero
cantore del postmoderno degli Ottanta,
tanto da farne la cifra stilistica dei suoi romanzi polifonici. Scandalizzò con
Altri libertini, pubblicato nel 1980 (Feltrinelli, Milano),
quando Tondelli aveva solamente venticinque anni. Un libro favorito
evidentemente dalla censura che ha subito, ma giustamente salito alla ribalta:
una serie di racconti di spazi (L’Emilia, Bologna, Reggio e Correggio, ma anche
l’Europa di Bruxelles e Amsterdam), tempi (gli anni Settanta, i giocosi anni
Settanta) e persone (sempre un po’ al limite, ma non troppo) che li abitavano,
che resiste tenace al passar dei decenni, e forse anzi acquista un’improvvisa
vitalità proprio oggi, quando a Tondelli si guarda non più come il fenomeno
culturale dei giovani, da cui di contro la critica si attende, a ogni passo
successivo, una conferma della novità portata dai libertini, ma piuttosto come
a un narratore dei tempi che furono, incapace di ripetersi con Rimini (sul
quale la critica aveva ragione, nonostante il successo tra i lettori) ma abile
nel cogliere, per l’appunto, lo spirito degli Ottanta e della “Rimini come
Hollywood”, simbolo estremo dei cambiamenti socio-culturali occorsi in quel
decennio.
Riletto oggi, di Rimini appaiono
forse proprio quei limiti rilevati dallo stesso Tondelli (convinto
inizialmente, invece, di aver scritto un capolavoro) qualche anno dopo la sua
pubblicazione. Si fa leggere un po’ a fatica (compensata però dalla colonna
sonora suggerita al fondo del libro), con le sue storie intrecciate, e i troppi
temi sul tappeto. Anzi, sulla mappa (la mappa e il territorio, per continuare
con gli spunti filosofici), quella della riviera romagnola, che Tondelli
disegnò nel suo studio accingendosi a scrivere Rimini; quella delle
spiagge dell’“Adriatico Kitsch” che compaiono tra gli articoli di Un week-end postmoderno (Bompiani, Milano 1990) – raccolta
di scritti apparsi nel decennio su svariati giornali, riviste e volumi –
utilizzati da Tondelli per lo stesso Rimini. Eccolo, il (secondo)
capolavoro: Tondelli l’aveva già scritto, ma non se n’era accorto. Non aveva ancora
accostato i tanti affreschi degli Ottanta (alcuni esemplari, come la
spiegazione della riviera adriatica per tramite di Fiabilandia, il parco di
attrazioni per bambini – e, proprio come la riviera e forse come gli stessi
Ottanta, “un parco di divertimenti che si definisce in rapporto non tanto ai
paesaggi reali, quanto piuttosto ai paesaggi della nostra immaginazione”) che
compongono il week-end postmoderno; un collage postmoderno di
natura, nel quale gli stili si accavallano, il mondo sociale si spezzetta ma
proprio nello spezzatino ritrova l’unità di spirito del decennio. Affreschi che,
per cogliere quello spirito, possiamo permetterci noi stessi di ricombinare,
oggi, con i “continui riverberi e interferenze” dei ricordi personali
ottanteschi, tentando di rammentare se il motto “arriva la fine e ho tutto da
mettermi”, coniato dalla “giovanile ed eclettica fauna del postmoderno di
mezzo” che affollava quegli stessi affreschi (quello di Altri libertini
era un primo postmoderno, scriveva Pvt, ancora carico di revival; delle gabbie
mentali, ora alle spalle, dei primi Settanta, ci si poteva finalmente far beffe
nella nuova Tie Society, la società della cravatta), valesse anche per
noi, e con un significato esteso ben al di là dei look.
A maggior ragione se la fine non è
arrivata, possiamo (ancora postmoderni, con buona parte dei neorealisti) permetterci
tutto. Persino – e anche grazie a Pvt, tra i primi a intuire il potenziale
dell’ennesimo talento emiliano emerso in quegli anni (articolo e intervista
compaiono, per chi volesse leggerli, in Un week-end postmoderno) – il
lusso di rivedere i CCCP-Fedeli alla Linea con gli occhi – anzi, la macchina
fotografica – di Umberto Negri, che in Io e i CCCP. Una storia fotografica e orale (Shake edizioni, Milano 2010) racconta la sua esperienza (breve, ma
decisiva) nel gruppo di Ferretti e Zamboni, o meglio nel gruppo di Ferretti,
Zamboni e Negri (con l’aggiunta, successivamente, di Annarella Giudici e Danilo
Fatur), poiché la tipica dimenticanza del nome del primo bassista dei CCCP è
uno dei simbolici leit-motiv del saggio. Perché con le sue tantissime,
affascinanti fotografie, spesso sfuocate, in omaggio al punk, Negri ricorda la
sua personale storia con, più che nei, CCCP, che poi (Negri
rimase fino alla metà degli Ottanta, fino cioè ad Affinità e divergenze fra
il compagno Togliatti e noi) divennero altro, e poi altro – i CSI – e poi
altro ancora – i PGR e il Ferretti “tornato a casa”, lo Zamboni per conto suo).
Lo si legga, e soprattutto si osservino i tanti scenari – le istantanee, più
che i testi, costituiscono il libro stesso – degli anni Ottanta (da
Santarcangelo di Romagna a Berlino), che i CCCP elaboravano combinando il punk,
filosovietico (perché l’Occidente era schiacciato, culturalmente oltre che in
politica, sul filoamericanismo), e la canzone melodica emiliana (perché la
provincia d’avanguardia italiana degli Ottanta si fonda sulle radici, sulle
tribù di origine, ricorda Tondelli). Lo si legga e lo si guardi, con l’occhio
privilegiato di chi, pur non avendo condiviso la parte forse essenziale della
storia del gruppo, è riuscito a dargli forma e sostanza, e contemporaneamente,
cosa assai rara, a osservarlo dall’esterno. Un po’ come noi, lettori che in
questa estate di ricordi funesti (l’11 settembre, lo spettro della
speculazione, le logge golpiste della destra italiana) hanno viaggiato negli
anni Ottanta, per qualche settimana, nelle vicinanze della Rimini tondelliana; e
setacciato quelle spiagge, con in mano i saggi di cui sopra, in cerca di
ricordi, e dello spirito di cui scrive Gervasoni. Per ricordare che di
Alfredino hanno sentito parlare, e tanto, ma senza vederne il pozzo, e tanto
meno la diretta; che a Fiabilandia sono stati da piccini, senza però riflettere
sui paesaggi della nostra immaginazione; che dei CCCP cantavano le melodie, ma
senza cogliere la modernità dell’Europa a Kreuzberg anziché a Bruxelles. Che
hanno vissuto, senza scriverne, gli Ottanta, e che perciò possono finalmente,
dall’alto di epoche più buie, sentirne il fascino, pensando allegramente che – forse
per fortuna – sono ormai il passato.
Colpa, tra gli altri, di Walter Veltroni, autore di L’inizio del buio. Alfredino Rampi e Roberto Peci soli sotto l’occhio della tv (Rizzoli,
Milano 2011). Colpa per modo di dire: il saggio è davvero
ben costruito, e l’ex segretario dei Ds ha compiuto un ottimo lavoro di
ricerca, di archivio e sul campo. Sembra davvero di assistere nuovamente alla
diretta della tragedia di Alfredino; e le interviste,
raccontate, con gli involontari protagonisti di quelle giornate (la compagna e
la figlia di Peci, la madre e i soccorritori di Alfredino), combinate con
l’indiscutibile talento narrativo dell’autore, appaiono davvero in grado di riportarci
a quel giugno del 1981. Consapevoli, però, non solo dei tristi, non scontati esiti
delle due vicende, ma anche di ciò che le avrebbe accomunate, sia pure
paradossalmente – visto che i telegiornali di quei giorni, e la Rai tutta, avevano
compresso lo spazio di ogni altra notizia per dedicarsi alla vicenda di
Alfredino, tanto da sorvolare, quasi avessero intuito che con quel gesto si
chiudeva di fatto una certa stagione del terrorismo italiano, su quella di Peci,
fratello dell’“infame” Roberto e reso infame a sua volta dalle Br di Senzani
per allontanare la somiglianza con i metodi mafiosi. È l’occhio della telecamera
(quella della Rai per Vermicino, e quella con la quale Senzani riprese il “processo” a Peci), che costringe i giovani lettori del
saggio, gli unici a non poter ricordare una diretta che tutti gli altri
ricordano, a sentire il fastidio di un certo peso, quello di essere già
creature di un mondo che non ha avuto (sino all’avvento di internet e ai
cambiamenti da esso prodotti), di fatto, alternative. Per chi è venuto dopo
Alfredino (e che per altro non abbia vissuto quello che nel libro diviene, per
bella intuizione dell’autore, il corrispettivo in positivo, la diretta dello
sbarco sulla luna nel 1969), è difficile immaginare una società che garantisca
il diritto allo strazio, come lo definisce Veltroni, uno strazio privato,
cosicché non sia una colpa, come invece lo è stata agli occhi degli Italiani
davanti al televisore, quella di mangiare un ghiacciolo (come fece la madre di
Alfredino durante il tentativo di soccorso) per non cedere a un corpo che
tenta, schiavo del dolore, di trascinare nel pozzo anche la mente.
Certo, il saggio di Veltroni è in realtà un saggio su Vermicino: della vicenda Peci continuiamo a sapere poco o nulla, così come delle Br di Senzani (eppure, altro paradosso, continua a esser vero che, come scriveva Sergio Segio in Una vita in prima linea (Rizzoli, Milano 2006), la “storia” – tra le tante possibili – del terrorismo italiano che da sempre i media, e noi con loro, utilizziamo, è quella raccontata dalle Br; a queste ultime si è concesso quasi un monopolio, nonostante la generale reticenza storica mostrata dagli esponenti della seconda generazione, quelli cui si continua a chiedere “perché”); e nel libro è evidente l’insistere su Alfredino, anziché su Peci, come esempio paradigmatico dell’Italia che verrà. Veltroni non rinuncia a criticare, costantemente, chi compiange “quegli” anni, anni nei quali, appunto, il buio del sequestro di una persona valeva poco, mediaticamente, di fronte alla possibilità di una diretta da un pozzo nel quale è caduto un bambino; anni nei quali le tante schegge delle Br si contendevano, usando come arma l’assassinio, il logo e la sua potenza simbolica, ecc. Ma è di fatto degli anni Settanta, restii a scomparire dalla scena nonostante l’irrompere dell’“occhio della tv”, che l’autore narra, e la vicenda di Alfredino diviene lo spartiacque con gli Ottanta.
Costringendoci a riflettere sulle molteplici
ragioni dello spostamento in avanti della concezione di vintage, dai
Settanta agli Ottanta, l’affascinante saggio di Marco Gervasoni, Storia d’Italia degli anni Ottanta. Quando eravamo moderni (Marsilio, Venezia 2010), insiste
in particolare, e giustamente, sulla mancanza, per così dire, di valide
alternative: ai decenni del postmoderno compiuto, dai Novanta in poi, manca forse quello “spirito”, quella
“marcata identità” che invece contraddistingue gli Ottanta, decennio nel quale
già i contemporanei erano “consci di vivere in un periodo nuovo e diverso
rispetto al passato”. Le vicende sulle quali si sofferma Veltroni sono solo
sullo sfondo, con Pertini – il presidente che a Vermicino dimostrò purtroppo
l’impotenza dello stato italiano, come già accaduto un anno prima con il
terremoto dell’Irpinia; ma anche uno degli eroi degli anni Ottanta, così
diverso da predecessori e successori, primo e ultimo della specie – a fare da
raccordo. Gervasoni tenta di spiegare perché gli Ottanta apparissero già
allora, tutto sommato, come anni positivi, di modernità quasi gioiosa, appunto,
quantomeno carichi di ottimismo; ben sapendo che solo gli anni Novanta (che si
aprono con la caduta del Muro, e continuano con le speculazioni del 1992 ma
anche con la rivincita dell’ingresso in Eurolandia; che vedono l’avvento di
Berlusconi ma anche la passione civile di Tangentopoli e del governo
dell’Ulivo) hanno mantenuto un po’ di questo colore. Ad aprire gli anni Zero è
l’attacco alle Torri, e a chiudere un decennio di guerre americane (in ciò
simile, purtroppo, a quello precedente) è la crisi economica più violenta dagli
anni Trenta, quella che con tutta probabilità segnerà buona parte di questi
anni Dieci.
Gervasoni ci consegna uno splendido
ritratto di quel decennio lontano, che attinge dalle opposte visioni, definite
degli “apocalittici” e degli ”integrati”. Come spesso accade nelle
rivisitazioni del decennio, sono gli apocalittici (e con loro il Pci di
Berlinguer prima, Natta poi e Occhetto infine; Gervasoni è storico in
particolare del Psi e del socialismo) a uscire sconfitti, e degli integrati si
riconoscono in fondo le virtù di preveggenza. Ma l’operazione non pare strumentale,
e anzi si rivela a tratti entusiasmante: dopo aver descritto lo spirito degli
Ottanta per tramite di alcune parole d’ordine – “ricerca della libertà
individuale, fine delle ideologie politiche, perseguimento della soddisfazione
personale, attraverso la realizzazione professionale e anche il guadagno. Una
sorta di collettivo “arricchitevi”! non solo in senso finanziario, ma anche (e
forse soprattutto) rivolto ad acquisire esperienze, intraprendere nuovi
percorsi e orizzonti” –, Gervasoni ne rintraccia le tante espressioni in ogni
aspetto della società (della politica, della cultura, dello spettacolo, dei
comportamenti di lavoro e consumo), in un bellissimo viaggio a tappe (gli
“eroi” del decennio, Pertini, Reagan, Craxi, Muccioli, Romiti; l’impreparazione
del Pci e i meriti, per così dire, self-fulfilling dei socialisti; le
nuove forme delle rivolte studentesche; l’improvviso appeal dei
postmoderni in filosofia e letteratura; la secolarizzazione; le strane figure
di Quelli della notte e Indietro tutta;
il rinnovato sbarco americano in un paese che più degli altri ha sentito l’internazionale – Reagan
e Thatcher docent – spirito degli Ottanta soffiare, con il suo
individualismo costretto a innestarsi su di una società non ancora di
individui) percorso per altro prevalentemente sulle pagine di Repubblica,
il quotidiano che appunto negli Ottanta giunse a essere il primo d’Italia. Ciò
che oggi consente tra l’altro al lettore compiutamente postmoderno di ricercare
su Internet, articolo per articolo (l’archivio di Repubblica inizia dal
1984, e anche quello del Corriere della Sera è limitato; quello della
Stampa si spinge fino all’Ottocento) tutte le guide
utilizzate da Gervasoni nel suo cammino a ritroso, per riassaporare quello che
è stato il nostro particolare modo di vivere gli Ottanta e la loro modernità.
Ecco allora, citazioni insieme divertenti e raccapriccianti, lo scontro tra
punk e “paninari” a Milano nel 1984, e il pontefice del tempo, Wojtyla,
ricevere in udienza, un anno dopo, Almirante e Le Pen per raccomandare loro di continuare
a combattere contro l’aborto e “la decadenza dei valori morali in Europa” (“provare
per credere”, per utilizzare il celebre slogan di uno dei personaggi
simbolo degli Ottanta: correte a leggere…).
A maggior ragione se la fine non è
arrivata, possiamo (ancora postmoderni, con buona parte dei neorealisti) permetterci
tutto. Persino – e anche grazie a Pvt, tra i primi a intuire il potenziale
dell’ennesimo talento emiliano emerso in quegli anni (articolo e intervista
compaiono, per chi volesse leggerli, in Un week-end postmoderno) – il
lusso di rivedere i CCCP-Fedeli alla Linea con gli occhi – anzi, la macchina
fotografica – di Umberto Negri, che in Io e i CCCP. Una storia fotografica e orale (Shake edizioni, Milano 2010) racconta la sua esperienza (breve, ma
decisiva) nel gruppo di Ferretti e Zamboni, o meglio nel gruppo di Ferretti,
Zamboni e Negri (con l’aggiunta, successivamente, di Annarella Giudici e Danilo
Fatur), poiché la tipica dimenticanza del nome del primo bassista dei CCCP è
uno dei simbolici leit-motiv del saggio. Perché con le sue tantissime,
affascinanti fotografie, spesso sfuocate, in omaggio al punk, Negri ricorda la
sua personale storia con, più che nei, CCCP, che poi (Negri
rimase fino alla metà degli Ottanta, fino cioè ad Affinità e divergenze fra
il compagno Togliatti e noi) divennero altro, e poi altro – i CSI – e poi
altro ancora – i PGR e il Ferretti “tornato a casa”, lo Zamboni per conto suo).
Lo si legga, e soprattutto si osservino i tanti scenari – le istantanee, più
che i testi, costituiscono il libro stesso – degli anni Ottanta (da
Santarcangelo di Romagna a Berlino), che i CCCP elaboravano combinando il punk,
filosovietico (perché l’Occidente era schiacciato, culturalmente oltre che in
politica, sul filoamericanismo), e la canzone melodica emiliana (perché la
provincia d’avanguardia italiana degli Ottanta si fonda sulle radici, sulle
tribù di origine, ricorda Tondelli). Lo si legga e lo si guardi, con l’occhio
privilegiato di chi, pur non avendo condiviso la parte forse essenziale della
storia del gruppo, è riuscito a dargli forma e sostanza, e contemporaneamente,
cosa assai rara, a osservarlo dall’esterno. Un po’ come noi, lettori che in
questa estate di ricordi funesti (l’11 settembre, lo spettro della
speculazione, le logge golpiste della destra italiana) hanno viaggiato negli
anni Ottanta, per qualche settimana, nelle vicinanze della Rimini tondelliana; e
setacciato quelle spiagge, con in mano i saggi di cui sopra, in cerca di
ricordi, e dello spirito di cui scrive Gervasoni. Per ricordare che di
Alfredino hanno sentito parlare, e tanto, ma senza vederne il pozzo, e tanto
meno la diretta; che a Fiabilandia sono stati da piccini, senza però riflettere
sui paesaggi della nostra immaginazione; che dei CCCP cantavano le melodie, ma
senza cogliere la modernità dell’Europa a Kreuzberg anziché a Bruxelles. Che
hanno vissuto, senza scriverne, gli Ottanta, e che perciò possono finalmente,
dall’alto di epoche più buie, sentirne il fascino, pensando allegramente che – forse
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