Chi vorrebbe essere un libraio, chi lo è e ne scrive
Chi ama i libri, chi lavora con i
libri per passione, chi li scrive, oltre a leggerne una quantità ritenuta
impensabile per le statistiche del nostro paese (con sorpresa
dell’intervistatore degli istituti di ricerca, che non si capacita di come si
possano leggere una cinquantina circa di libri all’anno), vorrebbe
probabilmente poter fare il libraio. Anche solo per qualche mese. Anche solo
per interesse antropologico: vorrebbe cioè, magari con una punta di snobismo,
perché no, avere la possibilità di un contatto con il resto del mondo, per così
dire, che entra in libreria. Anche perché in libreria, non così in biblioteca,
entra davvero, con tutta probabilità, una sezione dello strampalato mondo che
compare nelle pagine di Marino Buzzi, libraio animatore di un blog sul tema, e
fresco autore di Un altro bestseller e siamo rovinati. Diario semiserio di
un libraio (Mursia, Milano, 2011, €9,90). Chi ama i libri è inevitabilmente
attratto – potere del capitalismo, che trasforma anche i libri in merce,
omologandoli, impilandoli, rendendoli commestibili? – dal pubblico per così
dire ignaro di quanto gli accadrà una volta entrato in libreria. Di quel
pubblico che entra in libreria come noi, amanti dei libri e spesso retrò,
entriamo in un negozio di cellulari e iPhone, chiedendo un telefono che ci
consenta di telefonare. Di quel pubblico che entra in libreria per andarsene il
più in fretta possibile, con in tasca un libro che gli consenta di leggere,
come se ciò significasse davvero qualcosa.
Marino Buzzi non tollera i
bestseller, e lo comprendiamo. Al posto suo, vorremmo gestire una libreria
proporzionale anziché maggioritaria, incentrata sulle differenze anziché
sull’omologazione, sul libro strano e magari raro, anziché sui Voli e sulle
Parodi. Il libro di Buzzi non è un bestseller, il lettore stia tranquillo. A
onesto parere di chi scrive, ha tanti difetti. Troppo spesso gioca apertamente
sul cliente terribile, quello che entra in libreria come al supermercato, in
cerca del prodotto più banale ma meno visibile, come il sale (nel supermercato)
o un classico (in libreria). Troppo spesso, sul totale dei casi riportati,
enfatizza l’ignoranza, la faciloneria, a volte persino l’idiozia, e sempre il
mancato rispetto per il libro, dei clienti terribili della libreria. Troppo
spesso è alla ricerca del divertissement, del gioco di parole, della battuta
facile, e troppo spesso commenta l’accaduto, quando l’accaduto vorrebbe potersi
commentare da sé, con pietoso silenzio. Troppo caricaturali le figure
gestionali della libreria.
Eppure si fa leggere: ha il
sostanziale pregio dei “libri da babysitter”, quelli che chiunque si ritrovi a
gestire un figlio, in primis il suo, apprezza perché può leggere a tranches di
cinque pagine alla volta. Soprattutto, alcune parti del libro – quelle nelle
quali il coinvolgimento del libraio-autore, che dovrebbe essere minimo nella
maggior parte dei casi, è reso necessario dallo speciale tipo di interazione
con il cliente –
meritano attenzione. Il capitolo sulle domande retoriche è davvero spassoso, e fa
riflettere più dei tanti libri dal titolo/autore sbagliati richiesti dai
clienti terribili. “«A mio figlio non piace leggere, che libro posso
regalargli?». Mah, non so, uno senza le parole?”. Ancora: “«Cosa posso regalare
a una signora a cui piace molto Severgnini?» Provi con Kafka, più o meno sono
la stessa cosa. Se le piace Severgnini, che vuoi regalarle?”. E sono belle le
descrizioni meno pesanti, quelle ad esempio del libraio a primavera, o quelle
di alcuni idealtipi, di sapore benniano, di clienti meno invasivi, come quello
misterioso. Chissà poi se la ripetizione
testarda (e inizialmente fastidiosa) dell’assurda chiosa “magari sento meglio
dalla prof.”, pronunciata da studenti che richiedono titoli palesemente sbagliati,
o confondono autori, e così via, non sia in realtà un espediente (o
semplicemente una proprietà emergente e non intenzionale) per segnalare la
recente italica propensione alla superficialità superflua, al ricorso inutile all’autorità
per risparmiare risorse intellettuali. Nel qual caso, occorrerebbe
complimentarsi con l’autore: in cinque parole, ha fotografato l’efficacia dei
programmi didattici.
Insomma, si legga pure il libraio Buzzi, consci
dei limiti dell'opera (la natura “semiseria” del diario) ma disposti ad apprezzarne gli
spunti più sinceri. Immaginiamo che Buzzi voglia continuare il diario: se le
sfumature riuscissero un domani a prevalere sulle tinte forti, potrebbe davvero
– il tema certo aiuta – rovinarsi con le sue mani, e dare alle stampe, con il
dovuto senso della misura, un bestseller di quelli che odia.
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