martedì 27 dicembre 2011

La pazienza del libraio


Living with a penumbra
of unread pages


Chi vorrebbe essere un libraio, chi lo è e ne scrive  

Chi ama i libri, chi lavora con i libri per passione, chi li scrive, oltre a leggerne una quantità ritenuta impensabile per le statistiche del nostro paese (con sorpresa dell’intervistatore degli istituti di ricerca, che non si capacita di come si possano leggere una cinquantina circa di libri all’anno), vorrebbe probabilmente poter fare il libraio. Anche solo per qualche mese. Anche solo per interesse antropologico: vorrebbe cioè, magari con una punta di snobismo, perché no, avere la possibilità di un contatto con il resto del mondo, per così dire, che entra in libreria. Anche perché in libreria, non così in biblioteca, entra davvero, con tutta probabilità, una sezione dello strampalato mondo che compare nelle pagine di Marino Buzzi, libraio animatore di un blog sul tema, e fresco autore di Un altro bestseller e siamo rovinati. Diario semiserio di un libraio (Mursia, Milano, 2011, €9,90). Chi ama i libri è inevitabilmente attratto – potere del capitalismo, che trasforma anche i libri in merce, omologandoli, impilandoli, rendendoli commestibili? – dal pubblico per così dire ignaro di quanto gli accadrà una volta entrato in libreria. Di quel pubblico che entra in libreria come noi, amanti dei libri e spesso retrò, entriamo in un negozio di cellulari e iPhone, chiedendo un telefono che ci consenta di telefonare. Di quel pubblico che entra in libreria per andarsene il più in fretta possibile, con in tasca un libro che gli consenta di leggere, come se ciò significasse davvero qualcosa.
Marino Buzzi non tollera i bestseller, e lo comprendiamo. Al posto suo, vorremmo gestire una libreria proporzionale anziché maggioritaria, incentrata sulle differenze anziché sull’omologazione, sul libro strano e magari raro, anziché sui Voli e sulle Parodi. Il libro di Buzzi non è un bestseller, il lettore stia tranquillo. A onesto parere di chi scrive, ha tanti difetti. Troppo spesso gioca apertamente sul cliente terribile, quello che entra in libreria come al supermercato, in cerca del prodotto più banale ma meno visibile, come il sale (nel supermercato) o un classico (in libreria). Troppo spesso, sul totale dei casi riportati, enfatizza l’ignoranza, la faciloneria, a volte persino l’idiozia, e sempre il mancato rispetto per il libro, dei clienti terribili della libreria. Troppo spesso è alla ricerca del divertissement, del gioco di parole, della battuta facile, e troppo spesso commenta l’accaduto, quando l’accaduto vorrebbe potersi commentare da sé, con pietoso silenzio. Troppo caricaturali le figure gestionali della libreria.
Eppure si fa leggere: ha il sostanziale pregio dei “libri da babysitter”, quelli che chiunque si ritrovi a gestire un figlio, in primis il suo, apprezza perché può leggere a tranches di cinque pagine alla volta. Soprattutto, alcune parti del libro – quelle nelle quali il coinvolgimento del libraio-autore, che dovrebbe essere minimo nella maggior parte dei casi, è reso necessario dallo speciale tipo di interazione con il cliente – meritano attenzione. Il capitolo sulle domande retoriche è davvero spassoso, e fa riflettere più dei tanti libri dal titolo/autore sbagliati richiesti dai clienti terribili. “«A mio figlio non piace leggere, che libro posso regalargli?». Mah, non so, uno senza le parole?”. Ancora: “«Cosa posso regalare a una signora a cui piace molto Severgnini?» Provi con Kafka, più o meno sono la stessa cosa. Se le piace Severgnini, che vuoi regalarle?”. E sono belle le descrizioni meno pesanti, quelle ad esempio del libraio a primavera, o quelle di alcuni idealtipi, di sapore benniano, di clienti meno invasivi, come quello misterioso. Chissà poi se la ripetizione testarda (e inizialmente fastidiosa) dell’assurda chiosa “magari sento meglio dalla prof.”, pronunciata da studenti che richiedono titoli palesemente sbagliati, o confondono autori, e così via, non sia in realtà un espediente (o semplicemente una proprietà emergente e non intenzionale) per segnalare la recente italica propensione alla superficialità superflua, al ricorso inutile all’autorità per risparmiare risorse intellettuali. Nel qual caso, occorrerebbe complimentarsi con l’autore: in cinque parole, ha fotografato l’efficacia dei programmi didattici.
Insomma, si legga pure il libraio Buzzi, consci dei limiti dell'opera (la natura “semiseria” del diario) ma disposti ad apprezzarne gli spunti più sinceri. Immaginiamo che Buzzi voglia continuare il diario: se le sfumature riuscissero un domani a prevalere sulle tinte forti, potrebbe davvero – il tema certo aiuta – rovinarsi con le sue mani, e dare alle stampe, con il dovuto senso della misura, un bestseller di quelli che odia.




Ti è piaciuto l'articolo? Non farti sfuggire il nuovo numero de L'Indice
Corri in edicola, e continua a scegliere


Nessun commento:

Posta un commento

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...