lunedì 12 dicembre 2011

Una fredda vendetta


Stupori giapponesi



Con qualche cenno sulla rubrica
Negli ultimi anni sono stati tradotti diversi volumi di autori giapponesi ma, considerata la vastità della letteratura nipponica, non sono altro che la punta di un immenso iceberg. Se a ciò uniamo l’influenza che, sia nella forma della letteratura alta che in quella di genere, essa esercita oggi sugli altri paesi dell’Estremo Oriente e sull’Occidente, diviene estremamente interessante presentare tale produzione editoriale e cultura. Non solo tramite i testi tradotti nella nostra lingua, ma anche parlando ampiamente di quei libri in lingua originale che ancora non lo sono. Ed è questo lo scopo e la speranza della rubrica Stupori giapponesi. Riuscire ad avvicinare i lettori a un mondo distante assai raffinato e affascinante ricco di una lunga storia.

Testo appropriato per iniziare questa rubrica è Confessione (titolo originale Kokuhaku), edito in Italia da Giano Editore, Milano 2011 (270 pp., euro 17,50), un romanzo fuori dagli standard comuni. Opera d’esordio come scrittrice professionista di Kanae Minato (1973), la quale in precedenza nel 2007 si era già distinta vincendo alcuni riconoscimenti tra cui il Premio esordienti per il romanzo giallo (Shôsetsu suiri shinjin shô), nel 2008 si è imposto nel panorama letterario giapponese ottenendo un ottimo consenso sia di critica sia di pubblico arrivando a superare i due milioni di copie vendute. Suddiviso in sei capitoli/storie originariamente serializzati da marzo 2007 sulla rivista Suiri shôsetsu della casa editrice Futabasha, sistema questo della pubblicazione a puntate ancora ampiamente diffuso nell’editoria nipponica, da principio doveva concludersi con il primo racconto, ma, fortunatamente, Minato ha scritto il seguito dando così vita a un’opera di notevole pregio. 

I singoli capitoli s’intrecciano tra di loro raccontando la storia dai punti di vista dei diversi personaggi, al contempo tracciando un ideale arco ciclico dove l’io narrante della prima e dell’ultima vicenda è una professoressa di scuola media, Yûko Moriguchi, protagonista assoluta in quanto rappresenta l’elemento che nell’ombra influisce sugli avvenimenti di tutti scatenando la sua vendetta inconsueta e devastante per l’omicidio della figlioletta di quattro anni Manami avvenuto per mano di due suoi allievi. Ed è appunto qui che Confessione si rivela un volume sconvolgente e terribilmente attuale, legato agli eventi di cronaca nera non solamente giapponesi, ma anche della realtà italiana. Sarebbe, infatti, semplicissimo scambiare gli studenti che hanno compiuto il fatto con due qualsiasi dei giovani implicati in casi d’omicidio di cui i nostri mass-media parlano spesso. In un certo qual modo stupisce trovare in un’autrice di un paese così lontano una descrizione che si adatta tanto bene alla reazione della società italiana di fronte a eventi di questo genere, dimostrazione che esiste nell’animo umano una serie di sentimenti e pensieri comuni i quali superano le barriere nazionali. Ancora di più stupisce quindi la descrizione della vendetta perpetuata dalla professoressa. Siamo molto lontani da ogni buonismo, come pure dalla violenza più esasperata. La sfiducia della donna verso la capacità della società civile e della legge d’infliggere una punizione adeguata ai colpevoli e pressoché totale. L’idea che la pena debba essere commensurata alla colpa compiuta e che una condanna a morte non basti in quanto non comporta un’espiazione sufficiente s’insinua in lei tanto profondamente, nonostante i dubbi che la tormentano, da spingerla ad attuare con freddezza e calcolo il suo piano che segnerà gli assassini per tutta la vita. In effetti, nonostante si possa definire tecnicamente un giallo, la storia è più attenta all’analisi psicologica e sociologica che non alla soluzione del caso. Anzi, in quale modo l’omicidio sia avvenuto e chi siano i colpevoli, sebbene la professoressa inizialmente non faccia i nomi limitandosi a chiamarli semplicemente A e B, è già svelato nel primo capitolo. L’uso dello shishôsetsu, cioè della narrazione in prima persona tanto cara agli scrittori giapponesi, funziona egregiamente permettendo all’autrice di mostrare dettagliatamente i pensieri della professoressa, dei due studenti delle medie Nao e Shûya, e degli altri personaggi. Non esiste un individuo davvero positivo; ragazzi e adulti, uomini e donne, chi più chi meno sono tutti animati da pulsioni negative, anche se l’immagine peggiore sembrano darla proprio gli adulti con il loro egoismo e l’incapacità d’insegnare qualcosa di veramente costruttivo ai figli. L’unica eccezione è la piccola Manami. Ma rimane il dubbio amaro che la sua innocenza si leghi alla tenera età e che essa sia stata preservata solo dalla morte precoce. 

Nonostante alcune trascurabili cadute di ritmo, narrativamente Confessione è capace di tenere desta l’attenzione del lettore per tutte le pagine del libro e non è un’esagerazione affermare che, grazie anche alla buona traduzione di Gianluca Coci, sia uno dei migliori romanzi di genere giapponesi pubblicati in Italia in questi ultimi anni.   

Nel 2010 è anche stato trasposto in un film dal titolo omonimo diretto da Tetsuya Nakashima con la popolare attrice Takako Matsu nel ruolo della professoressa Moriguchi. L’anno seguente la pellicola si è aggiudicata la trentaquattresima edizione del Japan Academy Prize (Nippon akademii shô) e il Black Dragon Audience Award 2011 al Far East Film Festival di Udine.   


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