Con qualche cenno sulla rubrica
Negli ultimi anni
sono stati tradotti diversi volumi di autori giapponesi ma, considerata la
vastità della letteratura nipponica, non sono altro che la punta di un immenso
iceberg. Se a ciò uniamo l’influenza che, sia nella forma della letteratura
alta che in quella di genere, essa esercita oggi sugli altri paesi dell’Estremo
Oriente e sull’Occidente, diviene estremamente interessante presentare tale
produzione editoriale e cultura. Non solo tramite i testi tradotti nella nostra
lingua, ma anche parlando ampiamente di quei libri in lingua originale che ancora
non lo sono. Ed è questo lo scopo e la speranza della rubrica Stupori giapponesi. Riuscire ad
avvicinare i lettori a un mondo distante assai raffinato e affascinante ricco
di una lunga storia.
Testo appropriato
per iniziare questa rubrica è Confessione
(titolo originale Kokuhaku), edito in
Italia da Giano Editore, Milano 2011 (270 pp., euro 17,50), un romanzo fuori
dagli standard comuni. Opera d’esordio
come scrittrice professionista di Kanae Minato (1973), la quale in precedenza nel
2007 si era già distinta vincendo alcuni riconoscimenti tra cui il Premio
esordienti per il romanzo giallo (Shôsetsu
suiri shinjin shô), nel 2008 si è imposto nel panorama letterario
giapponese ottenendo un ottimo consenso sia di critica sia di pubblico arrivando
a superare i due milioni di copie vendute. Suddiviso in sei capitoli/storie
originariamente serializzati da marzo 2007 sulla rivista Suiri shôsetsu della casa editrice Futabasha, sistema questo della
pubblicazione a puntate ancora ampiamente diffuso nell’editoria nipponica, da
principio doveva concludersi con il primo racconto, ma, fortunatamente, Minato ha
scritto il seguito dando così vita a un’opera di notevole pregio.
I singoli capitoli s’intrecciano tra di loro raccontando la storia dai punti di
vista dei diversi personaggi, al contempo tracciando un ideale arco ciclico dove
l’io narrante della prima e dell’ultima vicenda è una professoressa di scuola
media, Yûko Moriguchi, protagonista assoluta in quanto rappresenta l’elemento
che nell’ombra influisce sugli avvenimenti di tutti scatenando la sua vendetta inconsueta
e devastante per l’omicidio della figlioletta di quattro anni Manami avvenuto
per mano di due suoi allievi. Ed è appunto qui che Confessione si rivela un volume sconvolgente e terribilmente
attuale, legato agli eventi di cronaca nera non solamente giapponesi, ma anche
della realtà italiana. Sarebbe, infatti, semplicissimo scambiare gli studenti
che hanno compiuto il fatto con due qualsiasi dei giovani implicati in casi
d’omicidio di cui i nostri mass-media parlano spesso. In un certo qual modo
stupisce trovare in un’autrice di un paese così lontano una descrizione che si
adatta tanto bene alla reazione della società italiana di fronte a eventi di
questo genere, dimostrazione che esiste nell’animo umano una serie di sentimenti
e pensieri comuni i quali superano le barriere nazionali. Ancora di più
stupisce quindi la descrizione della vendetta perpetuata dalla professoressa. Siamo
molto lontani da ogni buonismo, come pure dalla violenza più esasperata. La
sfiducia della donna verso la capacità della società civile e della legge d’infliggere
una punizione adeguata ai colpevoli e pressoché totale. L’idea che la pena
debba essere commensurata alla colpa compiuta e che una condanna a morte non basti
in quanto non comporta un’espiazione sufficiente s’insinua in lei tanto profondamente,
nonostante i dubbi che la tormentano, da spingerla ad attuare con freddezza e
calcolo il suo piano che segnerà gli assassini per tutta la vita. In effetti,
nonostante si possa definire tecnicamente un giallo, la storia è più attenta all’analisi
psicologica e sociologica che non alla soluzione del caso. Anzi, in quale modo
l’omicidio sia avvenuto e chi siano i colpevoli, sebbene la professoressa inizialmente
non faccia i nomi limitandosi a chiamarli semplicemente A e B, è già svelato
nel primo capitolo. L’uso dello shishôsetsu,
cioè della narrazione in prima persona tanto cara agli scrittori giapponesi, funziona
egregiamente permettendo all’autrice di mostrare dettagliatamente i pensieri
della professoressa, dei due studenti delle medie Nao e Shûya, e degli altri
personaggi. Non esiste un individuo davvero positivo; ragazzi e adulti, uomini
e donne, chi più chi meno sono tutti animati da pulsioni negative, anche se
l’immagine peggiore sembrano darla proprio gli adulti con il loro egoismo e
l’incapacità d’insegnare qualcosa di veramente costruttivo ai figli. L’unica
eccezione è la piccola Manami. Ma rimane il dubbio amaro che la sua innocenza si
leghi alla tenera età e che essa sia stata preservata solo dalla morte precoce.
Nonostante alcune trascurabili cadute di ritmo, narrativamente Confessione è capace di tenere desta
l’attenzione del lettore per tutte le pagine del libro e non è un’esagerazione
affermare che, grazie anche alla buona traduzione di Gianluca Coci, sia uno dei
migliori romanzi di genere giapponesi pubblicati in Italia in questi ultimi
anni.
Nel 2010 è anche stato trasposto in un film dal titolo omonimo diretto da Tetsuya Nakashima con la popolare attrice Takako Matsu nel ruolo della professoressa Moriguchi. L’anno seguente la pellicola si è aggiudicata la trentaquattresima edizione del Japan Academy Prize (Nippon akademii shô) e il Black Dragon Audience Award 2011 al Far East Film Festival di Udine.
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