Nell’attuale temperie politica da
collegio svizzero, tutta modestia, inchini e sobrietà, mi è tornata alla mente
una canzone di Corrado del 1982, Carletto:
“Carletto, Carletto e sii buono, lo sai che i bambini
buoni non devono disubbidire al loro papà”, cantava Corrado, e giù una serie di
prescrizioni: “non tirare la coda al gatto… togli il nonno dall’ascensore… e
questo non si dice, e questo non si fa”. Carletto, come il più classico tra i
monelli, per tutta risposta fa la pipì a letto “per fare un dispetto a mamma e
papà”. Ecco, mentre a Palazzo Chigi si è insediato il ‘genero ideale’, quello
che secondo la Süddeutsche Zeitung
parla poco e veste in modo banale (“Un grande complimento per
me e per i tedeschi. Direi che il più è fatto", chiosa Monti), gli uffici
stampa del governo fanno a gara ad accreditare l’immagine di un premier – lo si
è letto e sentito centinaia di volte – ‘sobrio’. E persino la stampa che era
sembrata più acrimoniosa nei confronti di Berlusconi, oggi si lancia in lodi
sperticate del Monti-style. Su
Repubblica di qualche giorno fa, Curzio Maltese inzuccherava la conferenza di
fine anno del premier con ripetuti riferimenti allo stile, alle buone maniere,
alla sobrietà (appunto) di Mario Monti, al fatto che il mondo ci chiedeva un
“cambiamento di stile nel governo” (ma davvero?) e l’ha ottenuto. Ora c’è
Monti, il campione dell’understatement.
Monti il modesto.
Ora, a parte le considerazioni sullo strano entusiasmo di quella stampa per Mario Monti (un cattolico liberista già rettore della Bocconi, quella in cui tutti gli Alex Keaton vorrebbero studiare), cos’è tutta questa fregola per la sobrietà e la buona educazione? Certo, l’Italia degli ultimi due decenni ne ha viste di cotte e di crude: il dito medio alzato, il rutto assurto a subliminale e intelligente comunicazione politica, le pizzette con lo champagne, l’evocazione continua di porci, vajasse, mignotte e utilizzatori finali. Ora è arrivato il Signor Monti, e tutti ci sentiamo un po’ inferiori, come sorpresi con le dita nel naso. Tutti a dire quanto è grigio Monti, quanto è compassato, non urla non strepita e non tiene le segretarie sulle ginocchia, non dà pacche sul sedere e non dice della Merkel che è una “culona inchiavabile”.
Tutto apprezzabile, per carità.
Non se ne poteva veramente più di vedere tutti i giorni in tv e sui giornali
quanto fosse disgustosa l’Italia (perché, pensate che Berlusconi non fosse
l’autobiografia della nazione?). La mediocrità della classe dirigente (di
destra, ma anche di sinistra, sia detto chiaramente) che ora se ne sta nelle
catacombe sperando che Monti faccia il lavoro sporco era lampante.
| François Rabelais |
Eppure c’è qualcosa di sinistro
nel mantra della sobrietà. La buona educazione, le buone maniere sono un modo
di disciplinare la società, di rendere il corpo sociale più docile e più
malleabile, più addomesticato. La storica Luisa Tasca ha studiato il fenomeno
in relazione ai codici di comportamento nell’Ottocento: “essi fornirono alle élites dell’Italia risorgimentale e
postunitaria schemi per ordinare il corpo sociale secondo modelli più
gerarchici che democratici, più equitari che egualitari, più classisti che
abilitanti alla mobilità sociale, più disciplinanti che non fiduciosi nel
libero protagonismo della società civile” (L. Tasca, Galatei. Buone maniere e cultura borghese nell’Italia dell’Ottocento,
Le Lettere, Firenze 2004, p. 17). La
buona educazione serviva a comporre il conflitto sociale, rendendo i subalterni
remissivi e non contestativi: che le masse operaie sapessero qual era il posto
che gli spettava nella società. “Per essere beneducati bisogna: non mettere i
gomiti sulla tavola, camminare senza fare sporgere le scapole e senza
ancheggiare, tenere in dentro il ventre, mangiare senza far rumore, non
soffiare, non sbuffare, tenere la bocca chiusa, ecc., cioè tappare e limitare
il corpo in ogni maniera, smussare i suoi spigoli” (M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare,
Einaudi, Torino 2001, p. 353). Michail Bachtin ci narra del valore contestativo del
carnevale rabelaisiano: il basso corporeo che serve ad annunciare un mondo
nuovo, rovesciato, in cui le volpi dicono messa, gli asini cavalcano gli uomini
e i buoi macellano i beccai, in cui la merda e i peti servono a descrivere un
mondo capovolto che rinasce. Disciplinare quel mondo significava reprimere il
corpo e con esso il valore rivoluzionario che esso aveva nei confronti del
potere costituito (la Chiesa in primis,
ma anche il potere politico). Si trattava di ricondurre il grottesco nell’alveo
della normalità, e riportare i contadini dalla crapula al duro lavoro (sia
detto per inciso: quel grottesco cinquecentesco, gioioso e rigeneratore, niente
ha a che vedere con il grottesco cupo del Settecento: anche in Sade c’è tanta
merda, ma il clima libertino delle 120
giornate ha sole l’odore mefitico della morte, oltre che degli escrementi).
E non è forse il progetto della
modernità quello di disciplinare il corpo e di risolvere il dilemma del
rapporto tra Natura e Cultura? Non è forse iscritto nel codice genetico della
modernità il compito di trasformare l’eteronomia in una sorta di eteronomia
però in interiore homine, innestata
direttamente nel cuore di ogni uomo e non fuori di esso? È quello che il
giovane Hegel rimprovera a Kant, ed è quello che Marx rintraccia, in qualche
misura, in Lutero (l’aver tolto i preti e aver innestato un prete nel cuore di
ogni uomo). Insomma, educare affinché si sappia da sé come si sta in società:
sobri, composti, senza gomiti sulla tavola, senza dita nel naso. I galatei
dell’Ottocento di cui ci riferisce Tasca sembrano quasi vademecum per i
sindacalisti scritti dal governo: “Avvi un indicatore infallibile del benessere
delle nazioni; è il grado di rispetto e di civiltà che esiste nelle relazioni
tra operai e padroni”. Naturalmente, è superfluo ricordare chi dovesse decidere
qual era questo grado di rispetto e civiltà, e in cosa consisteva. I padroni
erano buoni e paterni, e gli operai come figli (può un figlio ribellarsi
all’autorità paterna, tanto più quando il padre è così buono, modesto, sobrio? “i bambini
buoni non devono disubbidire al loro papà”, cantava Corrado), dovevano
essere sobri e apparire tali, ché sembrare più ricchi di quanto non si fosse
era disdicevole e menzognero.
Che i poveri vestano da poveri.
Niente da dire, invece, se i lupi si travestono da agnelli e se i ricchi si
fingono uguali ai poveri (“Il presidente-operaio”, “uno di voi”).
Fate la riverenza al Signor Monti,
bambini. Fate l’inchino.
P.S.: qualcuno potrebbe obiettare:
ma allora avevano ragione quei volgaroni della Lega Nord! E anche quelli della
Casa delle Libertà (“Facciamo come cazzo ci pare!”)! Eh no: il popolare è una
cosa, il finto-popolare un’altra.
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E la differenza tra il popolare e il finto-popolare quale sarebbe? Le scoregge al Grande Fratello sono rabelaisiane? Liberare il corpo è, sempre e comunque, garanzia di libertà sociale? Tutto l'intervento mi pare piuttosto pretestuoso. Peccato.
RispondiEliminaNon guardo il grande fratello, quindi non ho udito scoregge. mi parebbe comunque singolare sostenere che il grande fratello è 'popolare', a meno che con tale termine non si intenda -- ma mi pare che le cose vadano maluccio anche su quel fronte -- la 'popolarità' ovvero l''audience'.
RispondiEliminainoltre non ho sostenuto che liberare il corpo è garanzia di libertà sociale. altrove ho sostenuto che neanche rabelais era un rivoluzionario, e ho riportato la critica di chi (come il robert young di 'torn halves') ha sostenuto che il carnevale rabelaisiano altro non era se non il momento di svago (e di svacco) concesso dal potere. sarebbe lungo qui discutere queste tesi. rimango comunque convinto che il bon ton, anche quello più volte invocato a proposito di monti, sia un modo di disciplinamento.
E non c'è dubbio su questo, siamo d'accordo. Non capisco però perché il disciplinamento sia necessariamente - come mi è parso di capire dall'articolo - reazionario, e non possa invece essere considerato un invito alla moderazione del discorso pubblico, da cui dovrebbe conseguire un confronto pacato e razionale (e quindi, si spera, più adeguato ad affrontare i problemi della società e di tutte le sue classi). A mio avviso è questo il miglior modo per garantire la libertà, anche del corpo, nel privato.
RispondiEliminatra i teorici delle buone maniere vi è chi ha sostenuto che il disciplinamento attraverso il bon ton, per così dire, era un modo di democratizzare la società (renderci tutti uguali anche nei modi per consentirci l'accesso all'ascesa sociale). questa prospettiva però si è dimostrata falsa già nell'ottocento...
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