giovedì 12 gennaio 2012

"Bambini, fate la riverenza al Signor Monti"

 
Il cane fantastico


Il mantra della sobrietà ai tempi di Mario Monti

Nell’attuale temperie politica da collegio svizzero, tutta modestia, inchini e sobrietà, mi è tornata alla mente una canzone di Corrado del 1982, Carletto: “Carletto, Carletto e sii buono, lo sai che i bambini buoni non devono disubbidire al loro papà”, cantava Corrado, e giù una serie di prescrizioni: “non tirare la coda al gatto… togli il nonno dall’ascensore… e questo non si dice, e questo non si fa”. Carletto, come il più classico tra i monelli, per tutta risposta fa la pipì a letto “per fare un dispetto a mamma e papà”. Ecco, mentre a Palazzo Chigi si è insediato il ‘genero ideale’, quello che secondo la Süddeutsche Zeitung parla poco e veste in modo banale (“Un grande complimento per me e per i tedeschi. Direi che il più è fatto", chiosa Monti), gli uffici stampa del governo fanno a gara ad accreditare l’immagine di un premier – lo si è letto e sentito centinaia di volte – ‘sobrio’. E persino la stampa che era sembrata più acrimoniosa nei confronti di Berlusconi, oggi si lancia in lodi sperticate del Monti-style. Su Repubblica di qualche giorno fa, Curzio Maltese inzuccherava la conferenza di fine anno del premier con ripetuti riferimenti allo stile, alle buone maniere, alla sobrietà (appunto) di Mario Monti, al fatto che il mondo ci chiedeva un “cambiamento di stile nel governo” (ma davvero?) e l’ha ottenuto. Ora c’è Monti, il campione dell’understatement. Monti il modesto. 


Ora, a parte le considerazioni sullo strano entusiasmo di quella stampa per Mario Monti (un cattolico liberista già rettore della Bocconi, quella in cui tutti gli Alex Keaton vorrebbero studiare), cos’è tutta questa fregola per la sobrietà e la buona educazione? Certo, l’Italia degli ultimi due decenni ne ha viste di cotte e di crude: il dito medio alzato, il rutto assurto a subliminale e intelligente comunicazione politica, le pizzette con lo champagne, l’evocazione continua di porci, vajasse, mignotte e utilizzatori finali. Ora è arrivato il Signor Monti, e tutti ci sentiamo un po’ inferiori, come sorpresi con le dita nel naso. Tutti a dire quanto è grigio Monti, quanto è compassato, non urla non strepita e non tiene le segretarie sulle ginocchia, non dà pacche sul sedere e non dice della Merkel che è una “culona inchiavabile”.
Tutto apprezzabile, per carità. Non se ne poteva veramente più di vedere tutti i giorni in tv e sui giornali quanto fosse disgustosa l’Italia (perché, pensate che Berlusconi non fosse l’autobiografia della nazione?). La mediocrità della classe dirigente (di destra, ma anche di sinistra, sia detto chiaramente) che ora se ne sta nelle catacombe sperando che Monti faccia il lavoro sporco era lampante.
François Rabelais
Eppure c’è qualcosa di sinistro nel mantra della sobrietà. La buona educazione, le buone maniere sono un modo di disciplinare la società, di rendere il corpo sociale più docile e più malleabile, più addomesticato. La storica Luisa Tasca ha studiato il fenomeno in relazione ai codici di comportamento nell’Ottocento: “essi fornirono alle élites dell’Italia risorgimentale e postunitaria schemi per ordinare il corpo sociale secondo modelli più gerarchici che democratici, più equitari che egualitari, più classisti che abilitanti alla mobilità sociale, più disciplinanti che non fiduciosi nel libero protagonismo della società civile” (L. Tasca, Galatei. Buone maniere e cultura borghese nell’Italia dell’Ottocento, Le Lettere, Firenze 2004, p. 17). La buona educazione serviva a comporre il conflitto sociale, rendendo i subalterni remissivi e non contestativi: che le masse operaie sapessero qual era il posto che gli spettava nella società. “Per essere beneducati bisogna: non mettere i gomiti sulla tavola, camminare senza fare sporgere le scapole e senza ancheggiare, tenere in dentro il ventre, mangiare senza far rumore, non soffiare, non sbuffare, tenere la bocca chiusa, ecc., cioè tappare e limitare il corpo in ogni maniera, smussare i suoi spigoli” (M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Einaudi, Torino 2001, p. 353). Michail Bachtin ci narra del valore contestativo del carnevale rabelaisiano: il basso corporeo che serve ad annunciare un mondo nuovo, rovesciato, in cui le volpi dicono messa, gli asini cavalcano gli uomini e i buoi macellano i beccai, in cui la merda e i peti servono a descrivere un mondo capovolto che rinasce. Disciplinare quel mondo significava reprimere il corpo e con esso il valore rivoluzionario che esso aveva nei confronti del potere costituito (la Chiesa in primis, ma anche il potere politico). Si trattava di ricondurre il grottesco nell’alveo della normalità, e riportare i contadini dalla crapula al duro lavoro (sia detto per inciso: quel grottesco cinquecentesco, gioioso e rigeneratore, niente ha a che vedere con il grottesco cupo del Settecento: anche in Sade c’è tanta merda, ma il clima libertino delle 120 giornate ha sole l’odore mefitico della morte, oltre che degli escrementi).
E non è forse il progetto della modernità quello di disciplinare il corpo e di risolvere il dilemma del rapporto tra Natura e Cultura? Non è forse iscritto nel codice genetico della modernità il compito di trasformare l’eteronomia in una sorta di eteronomia però in interiore homine, innestata direttamente nel cuore di ogni uomo e non fuori di esso? È quello che il giovane Hegel rimprovera a Kant, ed è quello che Marx rintraccia, in qualche misura, in Lutero (l’aver tolto i preti e aver innestato un prete nel cuore di ogni uomo). Insomma, educare affinché si sappia da sé come si sta in società: sobri, composti, senza gomiti sulla tavola, senza dita nel naso. I galatei dell’Ottocento di cui ci riferisce Tasca sembrano quasi vademecum per i sindacalisti scritti dal governo: “Avvi un indicatore infallibile del benessere delle nazioni; è il grado di rispetto e di civiltà che esiste nelle relazioni tra operai e padroni”. Naturalmente, è superfluo ricordare chi dovesse decidere qual era questo grado di rispetto e civiltà, e in cosa consisteva. I padroni erano buoni e paterni, e gli operai come figli (può un figlio ribellarsi all’autorità paterna, tanto più quando il padre è così buono, modesto, sobrio? “i bambini buoni non devono disubbidire al loro papà”, cantava Corrado), dovevano essere sobri e apparire tali, ché sembrare più ricchi di quanto non si fosse era disdicevole e menzognero.
Che i poveri vestano da poveri. Niente da dire, invece, se i lupi si travestono da agnelli e se i ricchi si fingono uguali ai poveri (“Il presidente-operaio”, “uno di voi”).
Fate la riverenza al Signor Monti, bambini. Fate l’inchino.

P.S.: qualcuno potrebbe obiettare: ma allora avevano ragione quei volgaroni della Lega Nord! E anche quelli della Casa delle Libertà (“Facciamo come cazzo ci pare!”)! Eh no: il popolare è una cosa, il finto-popolare un’altra.


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4 commenti:

  1. E la differenza tra il popolare e il finto-popolare quale sarebbe? Le scoregge al Grande Fratello sono rabelaisiane? Liberare il corpo è, sempre e comunque, garanzia di libertà sociale? Tutto l'intervento mi pare piuttosto pretestuoso. Peccato.

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  2. Non guardo il grande fratello, quindi non ho udito scoregge. mi parebbe comunque singolare sostenere che il grande fratello è 'popolare', a meno che con tale termine non si intenda -- ma mi pare che le cose vadano maluccio anche su quel fronte -- la 'popolarità' ovvero l''audience'.
    inoltre non ho sostenuto che liberare il corpo è garanzia di libertà sociale. altrove ho sostenuto che neanche rabelais era un rivoluzionario, e ho riportato la critica di chi (come il robert young di 'torn halves') ha sostenuto che il carnevale rabelaisiano altro non era se non il momento di svago (e di svacco) concesso dal potere. sarebbe lungo qui discutere queste tesi. rimango comunque convinto che il bon ton, anche quello più volte invocato a proposito di monti, sia un modo di disciplinamento.

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  3. E non c'è dubbio su questo, siamo d'accordo. Non capisco però perché il disciplinamento sia necessariamente - come mi è parso di capire dall'articolo - reazionario, e non possa invece essere considerato un invito alla moderazione del discorso pubblico, da cui dovrebbe conseguire un confronto pacato e razionale (e quindi, si spera, più adeguato ad affrontare i problemi della società e di tutte le sue classi). A mio avviso è questo il miglior modo per garantire la libertà, anche del corpo, nel privato.

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  4. tra i teorici delle buone maniere vi è chi ha sostenuto che il disciplinamento attraverso il bon ton, per così dire, era un modo di democratizzare la società (renderci tutti uguali anche nei modi per consentirci l'accesso all'ascesa sociale). questa prospettiva però si è dimostrata falsa già nell'ottocento...

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