lunedì 16 gennaio 2012

Il disagio della democrazia



The Muckraker


Una nozione complessa, un sistema politico con un "grande assente"

Le recenti forme di “indignazione”, dai giovani di molte città europee a Occupy Wall Street, ma anche la controparte “conservatrice”, i tea parties statunitensi antiobamiani degli ultimi anni, sono per molti versi segnali di quel “disagio della democrazia” a cui è dedicato l’ultimo lavoro di Carlo Galli (Il disagio della democrazia, pp. 94, Einaudi, Torino 2011). Il “disagio” nasce, secondo l’autore, dall’assuefazione alla democrazia e nel contempo dall’esperienza delle sue insufficienze e contraddizioni. “È come se ci si trovasse – egli spiega efficacemente – in una sorta di supermarket dei diritti, e si scoprisse che la merce (i diritti) non c’è, sostituita da slogan che l’annunciano e la proclamano già presente”. Ne discendono l’anomia, l’adattamento alla trasformazione della società in una giungla, l’agire sempre più da free riders “capaci, secondo il caso, di accomodamenti o di ribellioni, ma senza speranza stabile per il domani”.



Di fronte sia all’immediatezza del ribellismo, sia all’orientamento neoliberista che asseconda la legge del più forte, l’autore ritiene non si debba perdere di vista la “complessità” della democrazia. Il disagio deve andare oltre l’idea della “naturalità della democrazia”, ovvero “dell’esistenza di un popolo incorrotto e carico di diritti”, e farci invece consapevoli che “attraverso il ricordo della propria storia – per criticarla, per superarla – la democrazia potrà ancora coincidere con la politica, come organizzazione libera della speranza”.



A introdurre e consolidare questa tesi, vi sono le dense pagine che costituiscono il vero e proprio nucleo del saggio di Galli, nelle quali sono messe a fuoco le stratificazioni storiche e teoriche della nozione di democrazia. Di lì discende, per l’appunto, la sua polisemia e complessità, nella cui riattivazione, come si è detto, Galli rintraccia “un parziale e possibile rimedio a quel disagio”. Primo passaggio sostanziale è dall’antico “governo del popolo” alla democrazia moderna: il governo nella polis era volontà di una parte (che non comprendeva, ad esempio, donne e schiavi) imposta a un’altra; anche il nome classico di “repubblica” indica il potere del popolo inteso come “parte”, in lotta contro l’aristocrazia e contro la tirannide; lo Stato moderno nasce, invece, da “un impressionante spostamento del baricentro della politica verso il potere laico unitario e centralizzato”. Il focus si sposta dal “governo” alla “sovranità”, nella quale, attraverso la “rappresentanza”, il popolo “cessa di essere parte” e “si trasforma in universale formale e neutrale”.



Nella democrazia moderna, il popolo affida a “pochi scelti” la volontà politica, facendosi così rappresentare come universale; all’idea che “la sovranità appartiene al popolo” si potrebbe sovrapporre, secondo l’autore, l’idea che il popolo appartenga alla sovranità: al di fuori della sovranità, infatti, non c’è popolo, ma individui, gruppi, interessi. Sennonché la storia della democrazia moderna è ovviamente non solo la storia del potere del popolo. Un ruolo non secondario è anche quello svolto dal capitalismo, a causa del quale “la democrazia ha più a che fare con l’individuo che con il popolo”; ha a che fare con “un privato liberato dalle proprie tradizionali appartenenze”, il quale “fa politica solo come cittadino obbediente alle leggi che garantiscono il possesso”. La democrazia moderna, dunque, oltre a essere storia del potere del popolo e dello Stato, è “storia dei diritti dei singoli” ed è anche storia di una “società democratica”, ossia di una pluralità di interessi e di poteri sociali diffusi (i poteri economici dei privati, così come i poteri associativi dei sindacati). È, ancora, “società aperta”, caratterizzata dalla libertà della cultura: “Non c’è società democratica con un pensiero unico, o senza pensiero”. Ecco, dunque, perché la democrazia – afferma Galli – è “un assetto politico e sociale complesso”.



Il “grande assente” della democrazia moderna, secondo l’autore, finisce, tuttavia, per essere proprio il popolo, che compare solo “come istanza originaria, costituente, legittimante le istituzioni”. Ci sono, certo, i singoli individui. Ma l’individuo moderno è “doppiamente determinato”: è interno da un lato al sistema di produzione capitalistico e dall’altro allo Stato. Il popolo, conseguentemente, è soggetto “a due opposte derive, generate dalle forze dello Stato e del capitalismo: l’anomia individualistico-atomistica e l’irreggimentazione passiva a opera dello Stato”. Le contraddizioni della democrazia in merito al ruolo del popolo – osserva Galli – sono state chiaramente messe a fuoco dai teorici delle élites. E un altro contributo significativo è quello proveniente dalla Scuola di Francoforte, che ha denunciato la riduzione della politica ad “amministrazione”, a dominio della “tecnica”, a massificazione e serializzazione dell’individuo.



La globalizzazione, infine, segna il progressivo venir meno della “distinzione politica fondamentale tra interno ed esterno”. Lo Stato non è più “ordinatore dello spazio politico”. La critica della democrazia, pertanto, non è più concentrata sugli effetti narcotizzanti e sugli eccessi di omogeneità, bensì sulla frammentazione e disgregazione. L’economia è fuori controllo. Lo Stato democratico è gravemente indebolito. La politica “sprofonda sempre più nei maneggi di oligarchie economico-affaristiche”. Il “trono della democrazia”, dunque, è oggi vuoto: “non vi siede né il popolo né lo Stato, né il soggetto né i partiti”.  L’autore ritiene, su tali basi, da un lato inevitabile riconoscere la “non-democraticità del presente”, dall’altro lato ingenuo “pretendere di liberare la democrazia pura, essenziale, dalle catene del passato”. È convinto, però, che dalla società, “dove c’è la politica reale – l’asimmetria, il pluralismo, il conflitto fra élites” – possa iniziare un “agire per la democrazia”. Il rilancio democratico non potrà che provenire dalla “libertà delle parti”, dal “riconoscimento delle contraddizioni, che si trasformano in conflittualità cosciente”.



La “genealogia” in tal modo tracciata, ricca di suggestioni e concettualmente molto densa, può indurre, in conclusione, a riflettere ancora su quella “complessità” che l’autore ha lucidamente delineato e dalla cui considerazione ritiene si debba ripartire anche nel Globale. Come si è visto, egli ha segnalato un “grande assente” in questo percorso, il popolo, inteso come protagonista attivo, come soggetto a cui spetterebbe il potere di “decidere”. Questo dovrebbe essere il significato decisivo della democrazia, se al di là della sua “complessità” la si volesse intendere in senso specifico come regime politico. La storia degli altri fattori illustrati nel volume di Galli può forse essere efficacemente descritta come storia dello Stato, dei diritti, del liberalismo, del pluralismo, più che “vera e propria” storia della democrazia. In questa prospettiva, dunque, si potrebbe in fondo affermare che la democrazia non è mai esistita in alcuna forma reale. È semmai “formula politica” legittimante le istituzioni. E può essere, in un certo senso, “organizzazione libera della speranza”.


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1 commento:

  1. I paesi che continuano ad ignorare queste trasformazioni della società e del sistema politico continueranno a subire danni enormi. Una relazione appena apparsa negli States indica che le ultimissime crisi hanno ridotto il patrimonio netto (net worth) della classe media americano quasi del 50%! Sono rimasti quasi intatti i ceti più bassi con un minimo di progresso in reddito, ma i ricchi continuano ad arricchirsi e le grandi società continuano a costruire un surplus di migliaia di miliardi di dollari che si rifiutano di spendere fino a quando non avranno un presidente che condividerà i loro osceni propositi di continuo abuso della maggioranza. Oggi negli States una famiglia che gode di un reddito di circa 50 mila dollari e soffre un calo di circa il 10% sta veramente male. Questi danni sono dovuti ad una politica economica che viene sempre più affidata ad una piccola minoranza e non è mai soggetta a critiche vere ed intelligenti. Pochissimi americani capiscono che un congresso fatto di gente che non ha la minima concezione di cosa significa vivere con un reddito in continuo calo, con pensioni misere... non potrà mai capire che il paese ha bisogno di un sistema economico che funziona per tutti e non solo per il 10% della popolazione. Il problema è che la maggioranza degli americani sono così indottrinati sul vecchio sistema che non si pongono neanche il problema. Per loro è solo questione di una mancanza di leadership! Sono convinti che se solo avessimo dei veri leader il problema non esisterebbe e si potrebbe correggere facilmente. Ciò significa che non hanno capito nulla!

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