L'inadeguata presentazione della veranda di Akerlof
Sembrerà,
naturalmente, che questa rubrica, che nel titolo evoca pagine non
ancora lette, sia in realtà un modo per parlare di libri che non
s'intende proprio leggere. Non è così, ma i dubbi sono legittimi.
Il numero di aprile dell'Indice contiene un articolo a mia firma, nel
quale tratto il problema delle traduzioni in italiano di saggi
(discipline sociali) pubblicati da autori ed editori stranieri.
Traduzioni che talvolta rendono quei saggi illeggibili: perché la lingua che
veicola i loro messaggi non è quella italiana, ma lo strano
risultato di una “posa” di parole italiane su una costruzione che
rimane, di fatto, quella inglese; e perché la traduzione è talmente
deficitaria da contenere errori e misunderstandings che
impediscono al lettore italiano di comprendere le tesi dell'autore,
quando non si tratti di un completo capovolgimento delle tesi stesse.
Ne abbiamo discusso a proposito del saggio di Dani Rodrik, ne
discuteremo nuovamente sull'Indice cartaceo e ancora qui sul blog,
che riprodurrà l'articolo a beneficio dei naviganti.
L'occasione
per anticipare l'essenza di quello scritto è data da un libro appena
pubblicato da Laterza (lo stesso editore di Rodrik, non ce ne voglia), scritto dal premio alla memoria di Alfred
Nobel per l'economia, George A. Akerlof (spesso associato alla teoria
dei lemons, e cioè
dei bidoni, per chi avesse frequentato anche solo un corso
introduttivo alla scienza economica), e da Rachel E. Kranton, docente
alla Duke University: Economia dell'identità. Come le nostre identità determinano lavoro, salari e benessere. Perché parlarne, visto che la traduzione, per
fortuna, appare soddisfacente? Perché chiunque lo prenda in mano per
la prima volta in libreria, o voglia farsi semplicemente un'idea del
suo contenuto sul sito
web di Laterza (2012), leggerà dapprima la quarta di copertina. La
riportiamo qui:
Nel 1995, l'economista Rachel Kranton scrive una lettera al futuro Premio Nobel George Akerlof e lo informa che secondo lei i risultati della sua più recente pubblicazione sono sbagliati.Anziché sviluppare una polemica, questo gesto dà il via a una forte collaborazione fra i due studiosi che arrivano a elaborare insieme una nuova teoria: noi possiamo compiere le nostre scelte economiche sia sulla base di incentivi monetari sia in riferimento alla nostra identità. A parità di incentivi, noi evitiamo quelle azioni che confliggono con l'idea che abbiamo del nostro sé e della nostra vita. Cosa ci offre questo aumento di umanità nell'economia? A spalancare le porte su un mondo tutto da studiare. A costruire modelli economici più efficaci, a comprendere come l'identità influenza la scelta delle azioni, a come l'identità stessa possa essere frutto di una scelta, a spiegare il rapporto tra identità e norme. Ma aiuta anche a comprendere perché incentivi come le stock option funzionino o meno, perché alcune scuole ottengano risultati d'eccellenza e altre no, perché alcune città non investano sul loro futuro.
Gli
apprezzamenti di famosi accademici e opinion-makers
riportati nel risvolto
sottolineano correttamente “quanto ci sia da imparare” dal saggio
stesso (Kwame Anthony Appiah), che affronta tematiche tradizionali
adottando un'originale prospettiva identitaria. “È
come se fossimo seduti insieme a Rachel Kranton e George Akerlof in
una veranda” (Dan Ariely); “la scrittura è lucida e accessibile
a chiunque” (Timothy Besley). Appare dunque sorprendente che la
quarta di copertina della traduzione italiana – l'avete notato? –
possa introdurre il saggio con il commento “Cosa ci offre questo
aumento di umanità nell'economia? A spalancare le porte su un mondo
tutto da studiare” (e non solo, ma anche “A costruire modelli
economici più efficaci, a comprendere come l'identità influenza la
scelta delle azioni”). Rileggete bene: ciò che “questo aumento
di umanità” “offre” ai lettori è “a comprendere”
(basterebbe, ma si continua) “a come l'identità stessa possa
essere frutto di una scelta”.
Aberrante,
certo. Per non parlare dell'"aumento di umanità" nell'economia, espressione davvero infelice, tra il banale, l'assurdo e il surreale, posto che non accompagna un saggio anti-utilitarista sulla (presunta) scienza economica. Se poi si legge, ad esempio su Google
Books, il testo dal quale la quarta di copertina italiana è
stata tratta (con legittima libertà di scelta dei paragrafi da
tradurre, cui aggiungere ulteriori commenti), si scopre che
In 1995, economist Rachel Kranton wrote future Nobel Prize-winner George Akerlof a letter insisting that his most recent paper was wrong. Identity, she argued, was the missing element that would help to explain why people--facing the same economic circumstances--would make different choices. This was the beginning of a fourteen-year collaboration--and of Identity Economics.
Non sarebbe stato meglio spiegare che, appunto, l'articolo di Akerlof, come in genere la teoria economica, ignorava la questione dell'identità ("He had ignored identity, she wrote, and this concept was also critically missing from economics more generally" –, che aiuta a comprendere come (non
“a come”) gli individui reagiscano con scelte
differenti a situazioni simili – anziché riferire di “risultati sbagliati”?
“L'idea
che abbiamo del nostro sé e della nostra vita”? Non sarebbe stato
meglio “l'idea che abbiamo di ciò che siamo, e di ciò che
scegliamo di essere” (“people's identity – their conception of who
they are, and of who they choose to be”)? E ancora: il saggio
“aiuta anche a comprendere perché incentivi come le stock option
funzionino o meno”. Certo, il testo originale non aiuta: “we can
better appreciate why incentives like stock options work or don't”.
Ma la resa linguistica è tale da far pensare alle stock
options come a un interruttore
difettoso, anziché come a un incentivo di successo solo in alcuni
contesti e determinate circostanze (influenzate appunto dall'identità
delle persone). Questi ultimi sono dettagli, e come tali discutibili. Il vero problema è negli errori centrali del testo, tanto più significativi in un libro di una collana intitolata "Anticorpi".
La
quarta di copertina è importante. Il lettore che non si affanni a
sfogliare il libro per vedere se la traduzione è della stessa
qualità del testo che presenta il saggio lo scarterà immediatamente.
Possibile che gli editori non riescano a comprendere “a come” un
lavoro superficiale (e le ragioni che lo rendono tale: traduttori
malpagati, e così via) rischi di far annegare l'intera operazione in
un triste oblio?
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Leggo con grande interesse il suo articolo, un interesse professionale, visto che mi occupo proprio di questo genere di traduzioni (non solo di queste, per la verità). Penso che i punti della questione siano diversi. Ci sono, sì, i traduttori malpagati, ma questo non li giustifica a tradurre male. Per intenderci, un vero professionista dovrebbe piuttosto rifiutare un lavoro anziché farlo in maniera approssimativa dandosi la scusa che il compenso è vergognoso (sebbene in molti casi i compensi siano davvero vergognosi). Poi ci sono i traduttori incompetenti, quelli che credono di poter tradurre qualunque argomento e scrivono castronerie inimmaginabili. Di mio, non mi sognerei mai di tradurre un libro - faccio un esempio - sul punto croce, mentre mi sento a mio agio con l'economia (meglio la micro che la macro, tanto per specializzare ancora un po' le competenze). Poi ci sono le redazioni delle CE (non tutte, grazie al cielo) che davanti a un testo tecnico si limitano all'editing e alla caccia al refuso (spesso con risultati deludenti), mentre invece una CE editrice seria (e ne conosco) prima sottopone la traduzione al revisore scientifico, poi la passa alla redazione. E poi, purtroppo, c'è una fetta di pubblico rassegnata a leggere questo risultato del lavoro di "posa" (bellissima immagine), perché in certi campi del sapere la cultura italiana è abituata al prestito e non se ne preoccupa più di tanto o, se può, accede all'originale. Quello che posso vedere è che questa tendenza sta cambiando: gli editori si appoggiano a revisori seri e a traduttori specializzati, si impegnano seriamente nella scelta di un traduttore adatto a restituire la voce di un autore. Perché, per fortuna, il pubblico, o una parte di esso, sta diventando sempre più esigente.
RispondiEliminaSara Crimi
Cara Sara,
RispondiEliminaGrazie del messaggio. Devo dire che degli ultimi tre testi avuti per recensione (due espressamente richiesti), due sono illeggibili, proprio a causa della traduzione: i traduttori non sanno l'inglese e non conoscono né l'economia (caso di Rodrik, Laterza) né l'antropologia (Hann e Hart, Einaudi). Il terzo libro è quello di cui parlo sopra; per fortuna, in quest'ultimo caso il problema è relativo unicamente alla quarta di copertina, la traduzione del saggio è invece soddisfacente. Ma la "posa", nei primi due casi, è addirittura fuorviante: spesso si dice il contrario di quanto l'autore intende. Poveri gli studenti, viene da pensare, che scrivono tesi di laurea utilizzando questi testi. Ma come dici lei, nessuno nota, e nessuno se ne accorge. E gli studenti non hanno (più) le facoltà per rendersene conto da soli, ovviamente. Le risposte che lei dà meritano attenzione: c'è un problema di selezione avversa e rischio morale, per continuare con la microeconomia. Mancano i controllori, e gli incentivi a controllare. Mi chiedo per quale motivo Einaudi voglia tradurre un saggio che venderà forse, in tutto il suo ciclo di vita, mille copie, e lo fa al costo di una traduzione non scadente, ma pessima. Sarebbe bene lanciare un dibattito sul tema, mi auguro che L'Indice se ne faccia promotore – almeno ci sto provando. La differenza tra lei e i traduttori dei libri cui faccio riferimento in questo e nell'altro articolo è anche nel fatto che cercando informazioni sul web, non trovo pressoché nulla sui traduttori dei libri di cui sopra, e trovo invece un sito, il suo, nel quale le opere tradotte occupano l'home page addirittura con le immagini delle copertine. Per quale motivo non si sono rivolti a lei? Una risposta lei l'ha fornita, e credo sia quella giusta. Mi auguro che lei abbia ragione circa la tendenza di cui parla. Le saprò dire quando avrò visionato i prossimi saggi che mi capiterà di recensire. Per ora, purtroppo, la sensazione è quella dello sconforto. Avrei voluto recensire il volume di Hann e Hart, ma non riesco. Non riesco a leggere oltre il cinquantesimo errore concettuale (su cinquanta pagine). Spero che qualcuno prenda a cuore la questione.
Per rispondere in sintesi ad alcuni dei suoi quesiti, posso dire che, a mio parere, una CE come Einaudi probabilmente conta sul proprio nome come biglietto da visita della qualità, senza tenere conto dell'esistenza di lettori "forti" e competenti che sono perfettamente in grado di riconoscere una pessima traduzione, proprio perché un libro di quel tipo lo si compra perché già si mastica l'argomento, di certo non per passare il tempo sotto l'ombrellone. Ci sono altre CE che, vuoi perché multinazionali (penso per esempio a McGraw-Hill) vuoi perché fortemente consolidate nel tessuto universitario (come Egea o Zanichelli), non possono permettersi alcuna sbavatura e si organizzano in modo da pubblicare testi di qualità. E, in questo contesto, "organizzarsi" significa anche avere dei tempi tecnici adeguati alla mole di lavoro che un libro così richiede: traduzione/revisione scientifica/cura redazionale/controllo delle bozze da parte del traduttore/fasi di impaginazione e stampa. Questi tempi non consentono di uscire in fretta e furia perché l'autore del momento deve essere pubblicato o perché l'ufficio marketing sta facendo pressing.
RispondiEliminaPurtroppo, come lei di sicuro sa meglio di me, oggi il piano editoriale è fatto più dal marketing che dalle redazioni, e questo si paga.
Perché non si sono rivolti a me o a un collega esperto di questi settori? A parte il fatto che in Einaudi non mi conosce nessuno, penso che un altro grosso problema che affligge l'editoria italiana sia proprio quello della selezione. Nessuno ha più tempo di far fare prove di traduzione, ci si affida al passaparola (il che può ovviamente dare origine a un circolo virtuoso, se ci si passano i nomi giusti) o, nel peggiore dei casi, si affida la traduzione a una persona che "deve" assolutamente farla. Non voglio, con questo, dire Einaudi o chi per esso faccia così, ma di sicuro sappiamo tutti che spesso il nepotismo culturale è capace di danni ingenti.
Continuerò a leggervi, grazie per l'attenzione posta sulla questione.
Sara Crimi
Grazie a te (se posso permettermi il passaggio al tu) per il bagaglio di argomentazioni, che ci dà modo di riflettere, e offre spunti per dar vita a un vero e proprio progetto di ricerca sulla questione. Certamente il solo fatto di aver attirato l'attenzione di una traduttrice argina parecchio il senso di sgomento e solitudine che traduzioni orripilanti (ribadisco, non quella del saggio dalla quarta di copertina incriminata) inducono in chi è costretto a rinunciare a parlare di libri che meriterebbero commenti di ben altra natura. MC
EliminaBuongiorno Mario (sì, diamoci del tu, volentieri), posso garantirti che l'attenzione e l'appoggio dei traduttori c'è. L'idea di un progetto di ricerca sulla questione è interessante e varrebbe la pena studiare qualcosa che vada al di là della "semplice" (e ormai tanto nota quanto inutile) stroncatura della traduzione, magari dando vita a una riflessione più allargata.
EliminaSara
Mi unisco tardi alla discussione perché mi era sfuggita, ma l'argomento mi interessa moltissimo. Sono anch’io una traduttrice (prevalentemente) di saggistica e, più passano gli anni, più sento di avere trovato l’ambito che fa per me, perché mi permette di abbandonarmi a passioni intellettuali travolgenti ma passeggere, proprio come mi piace. Però conosco i miei limiti, cioè so fino a dove posso spingermi senza rischiare di non capire veramente veramente quel che traduco (e dunque di tradurlo malissimo). Dirò sì alla sociologia, no alla statistica, sì alla fotografia, no alla musica...
RispondiEliminaPrima di iniziare un libro nuovo, investo tempo e pensiero nell’individuazione di un certo numero di persone che potrebbero essermi di aiuto. La chiamo la fase di “intelligence” e mi piace molto. Per tradurre ci vuole umiltà e, in genere, le persone sono liete di collaborare, soprattutto se pensano che quel libro un giorno lo vorranno leggere. Durante i quasi due anni di lavoro su una storia delle crociate (non ancora uscita) ho avuto sempre a portata di mano email e numero di telefono dell’unico docente in Italia proprio di storia delle crociate e poi di un latinista, di un bizantinologo e di una bravissima medievista, tutti disponibilissimi e preziosi. Oltre all’umiltà, però, ci vuole anche fiducia in se stessi e nella propria capacità di capire e rendere una lingua e le sue sfumature, a volte infatti dimentichiamo che non necessariamente l’esperto che ci aiuta a scegliere il giusto termine tecnico sa l’inglese bene quanto noi, o saprebbe tradurre un libro. Insomma, io faccio il mio mestiere, lui o lei fa il suo.
Per quel che riguarda le tariffe, sono d’accordo con Sara: nel momento in cui si firma un contratto, il lavoro bisogna farlo bene, altrimenti meglio rinunciare. La contrattazione va fatta a monte. Che le tariffe siano scandalosamente basse, ormai l’ho capito. Che restino sempre basse, lo capisco un po’ meno. Una volta mi hanno telefonato apposta dalla casa editrice con cui collaboro più spesso per dirmi che erano tanto contenti del mio lavoro e che volevano aumentare la mia tariffa. Che gioia! Che immensa soddisfazione! L’aumento è stato di cinquanta centesimi a cartella, e io ho aperto un po’ gli occhi.
Rileggendo i vostri commenti, mi sento di spezzare una lancia in favore di Einaudi: io mi trovo benissimo a lavorare con loro, perché ho sempre incrociato redattori competenti e scrupolosi e perché mi pagano sempre, e quasi sempre nei tempi pattuiti. Non bisognerebbe infatti parlare solo delle tariffe, ma anche dei tempi di pagamento e dei tanti, bruttissimi casi in cui i traduttori non vengono pagati mai. O sono l’unica a cui è successo?
Mi piacerebbe veder proseguire questa discussione, e attendo con impazienza di leggere l’articolo di Mario Cedrini sul numero di Aprile. Sono anche felice di avere scoperto la pagina di Sara Crimi, zeppa di cose interessanti. Quindi grazie, e ciao!
Barbara Del Mercato
Cara Barbara,
RispondiEliminaGrazie del commento. Sono davvero contento di aver suscitato dibattito, e mi auguro sia così anche in futuro. Organizzeremo qualcosa - non so ancora cosa - sul tema, anche a partire dalle vostre riflessioni. Naturalmente posso anche aver selezionato casualmente testi maltradotti, e aver accusato Einaudi o Laterza di un problema in realtà meno diretto di quanto la selezione lasci immaginare. Tuttavia resto dell'impressione che la saggistica, in generale, goda di minore attenzione e cura da parte degli editori. E i problemi cui accennate restano sul tappeto. Vedremo... a presto, Mario
Mi accodo di nuovo alla discussione, con ritardo (ero immersa nella traduzione di qualche centinaia di pagine di economia), per salutare e ringraziare Barbara per i suoi commenti.
RispondiEliminaCome sempre, vi leggo e resto disponibile a portare avanti il discorso.
Sara
Mi occupo di cinema e qualche anno fa, avendo scoperto che Susan Sontag aveva fatto ben due film che nessuno aveva mai visto, mi sono adoperata per inserirne almeno uno nella programmazione di un festival. In quell'occasione sono andata a ripescare la vecchia traduzione Einaudi dei saggi "Sull'interpretazione". Stranamente ho visto dalle sottolineature che avevo interrotto a metà la lettura, cosa che raramente mi accade. Poi, leggendo, ho capito che la traduzione era scandalosamente illeggibile. Ora, la Sontag è stata una delle poche voci in grado di mediare tra la cultura americana e quella europea degli anni '70, oltre che una grande saggista. E credo che il silenzio su di lei oggi in Italia (a parte il popolare libro sulla sua malattia tumorale) nasca proprio da questa pessima traduzione. Lo stesso vorrei dire a proposito della traduzione dei due fondamentali saggi di Deleuze sul cinema, pubblicati a suo tempo da Ubulibri. E vorrei sottolineare come il danno di una cattiva traduzione influenzi su larga scala il panorama culturale del nostro paese.
RispondiEliminaEster de Miro
Cara Ester, grazie delle segnalazioni. Naturalmente invitiamo come sempre Einaudi a rispondere alle critiche che sono giunte su questo blog, sperando in una reazione, anche stizzita, prima o poi. E lo stesso facciamo con tutti i lettori. I casi Sontag-Deleuze sembrano interessanti... qualcuno ha avuto la stessa impressione, o ha avuto esperienze simili? Parliamone.
RispondiElimina