lunedì 20 febbraio 2012

"Sono i costi del mercato". Da Roger Casement ai professori


 
Occident-express



Alla prima del teatro dell'opera, con sdegnata serietà 

Ciò che ci salva è l'efficienza, il culto dell'efficienza (Marlow, in Cuore di tenebra, di Joseph Conrad)


Roger David Casement è stato ucciso il 3 agosto 1916, impiccato nella prigione di Pentonville.

Il diplomatico britannico era diventato molto noto alla fine del XIX secolo per via del suo “rapporto sul Congo”. Si tratta di una minuziosa descrizione delle terribili atrocità commesse dalle compagnie belghe e britanniche nei confronti degli indigeni, “coperte” dal governo di Re Leopoldo e ampiamente tollerate dall'impero. Nel corso della ventennale permanenza in Africa, Roger Casement ebbe modo di conoscere il polacco Józef Teodor Nalęcz Konrad Korzeniowski che in quel periodo lo accompagnerà nella sua indagine: è da quel viaggio nel cuore dell'inferno che nascerà Cuore di tenebra.


Tornato in patria, Casement venne spedito in Amazzonia dal Foreign Office, per verificare se le denunce su ulteriori vessazioni ai danni degli indigeni redatte da uno scomparso giornalista americano fossero reali o se invece non si trattasse di un tentativo di discreditare la benemerita compagnia del caucciù di Pablo Arana, un indigeno peruviano, che partendo dal niente, da straordinario self made man, era arrivato a possedere un impero quotato alla borsa di Londra e nel cui consiglio di amministrazione sedevano pari inglesi e membri dell'aristocrazia liberale britannica.


Quello che Casement vide in Amazzonia fa impallidire le stragi naziste; non avendo il gusto del macabro, chi vuole potrà trovarle descritte nel decimo capitolo de Il Sogno del Celta, uno degli ultimi romanzi di Mario Vargas Llosa. L'ex castrista pentito – e ricompensato con il premio Nobel – racconta la parabola di Roger Casement, che inizia la sua avventura umana con l'idea che la colonizzazione avrà anche qualche effetto collaterale, ma è la grande opportunità per popoli arretrati, e in fondo selvaggi, di partecipare al grande banchetto della civiltà; e la conclude in un'assolata mattina di agosto, con dignitosa sobrietà, sotto il cappio di John Ellis, condannato da un tribunale dell'Old Bailey, in seguito alla sollevazione che portò alla tristemente famosa Pasqua di sangue del 1916, trattenendo il respiro per fare in modo che la morte arrivasse più rapidamente. Casement era tornato dal Putumayo in uno stato febbrile dal quale, mi piace credere, non si risolleverà mai più. Diventò un fanatico patriota irlandese, provò a convincere la Germania ad appoggiare la causa indipendentista irlandese contro l'Inghilterra, arrivando ad offrire ai tedeschi anche il proprio appoggio militare. Ma quello che il romanzo dell'autore peruviano racconta è la doppia faccia dell'impero britannico, e l'immane criminale tragedia su cui poggiano le ricchezze degli uomini d'affari di ieri. Di ieri?

Il polacco Conrad fa dire al suo Marlow che è l'efficienza che ci salva. Il protagonista de Il Sogno del Celta non è solo Roger Casement. Durante il giro nel Putumayo, il console britannico viene accolto da un membro del consiglio di amministrazione dell'azienda peruviana. Impeccabilmente vestito di bianco, alto, “dai modi aristocratici, molto cortese”. Il gentiluomo “si vedeva da lontano, per il suo viso ben rasato, i suoi baffetti, spuntati, le mani curate, e per l'abito, che lì, nel mezzo della selva, non si trovava nel suo elemento, che era un uomo da ufficio, salotti e città”. Durante il viaggio in Amazzonia il consigliere d'amministrazione spiega al console britannico i meccanismi che servono ad aumentare la produttività dei raccoglitori di caucciù, a tenere basso il costo del lavoro, ad avere i più ampi margini di profitto. Mentre racconta e spiega, inorridisce gradualmente. Ma l'orrore non riesce a fargli dimenticare le sue quote azionarie, la sua casa di Londra, i figli all'università, il polo. Sono i costi del mercato, della libera impresa. Gli indigeni soffrono, certo, ma avranno dei benefici in futuro.


Manaus (Brasile). Fonte: www.stile.it
Da circa sessanta giorni, o forse sessanta mesi o sessant'anni, possiamo osservare uno sciame di uomini e donne molto compite, impeccabilmente vestiti, che fanno della sobrietà il proprio tratto distintivo. Costoro hanno un'espressione di serietà stampata sul viso, sembrano soffrire quando elencano il loro duro lavoro da compiere; se si lasciano andare ad un sorriso, ma solo dopo una giornata di lavoro intenso, quel sorriso è amaro, non arriva a coprire la bocca. Sono “tecnici”, se hanno un qualche incarico all'università – e chi non ce l'ha oggi? – naturalmente “professori”, conoscono più e meglio delle incolte moltitudini la tragica essenza del mondo, che è sofferenza, sofferenza e ancora sofferenza. Soffrire è indispensabile. Loro sanno, vedono lontano, capiscono gli inestricabili meandri dell'economia, sono come dei medici costantemente alla presa con una malattia che possono alleviare, ma che certamente non sono in grado di guarire. E se non lo sono loro, statene certi, nessuno lo sarà. Per questo dall'alto della loro sdegnata serietà rifiutano il dibattito, soprattutto se l'interlocutore ha la cravatta slacciata, il tailleur non adeguato all'occasione. Non credono mai che esistano ipotesi alternative alle loro, oggi i lavoratori soffrono, certo, ma avranno dei benefici in futuro. E se proprio sono in una giornata un po' meno intensa con una benevolenza ammirevole guardano quei selvaggi che pretendono di partecipare, con lo sguardo triste di chi conosce la fine della storia, di chi sa che quei crimini non sono, come sempre, che il male necessario. Alla fine di dure giornate di lavoro vanno alla prima della Scala.


I proprietari delle piantagioni di caucciù, fecero grande una cittadina nell'Amazzonia brasiliana, Manaus. Lì costruirono un teatro dell'opera. Il 7 dicembre portavano le loro mogli alla prima.


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2 commenti:

  1. Caro Roberto, è molto bello quello che hai scritto. Elegante e sobrio. Ops! Volevo dire asciutto e pregno. Baldo

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    1. Roberto Salerno5 marzo 2012 11:51

      Grazie davvero. Spero che ti piacciano anche gli altri interventi del blog. Io ci tenevo a mostrare quanto questo governo sia cinico, non credo di avere esagerato.

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