Alla prima del teatro dell'opera, con sdegnata serietà
Ciò che ci
salva è l'efficienza,
il culto dell'efficienza (Marlow, in Cuore
di tenebra, di Joseph Conrad)
Roger David Casement è
stato ucciso il 3 agosto 1916, impiccato nella prigione di
Pentonville.
Il diplomatico britannico
era diventato molto noto alla fine del XIX secolo per via del suo
“rapporto sul Congo”. Si tratta di una minuziosa descrizione
delle terribili atrocità commesse dalle compagnie belghe e
britanniche nei confronti degli indigeni, “coperte” dal governo
di Re Leopoldo e ampiamente tollerate dall'impero. Nel corso della
ventennale permanenza in Africa, Roger Casement ebbe modo di
conoscere il polacco Józef
Teodor Nalęcz
Konrad Korzeniowski che in quel periodo lo accompagnerà nella
sua indagine: è da quel viaggio nel cuore dell'inferno che
nascerà Cuore
di tenebra.
Tornato in patria,
Casement venne spedito in Amazzonia dal Foreign Office, per
verificare se le denunce su ulteriori vessazioni ai danni degli
indigeni redatte da uno scomparso giornalista americano fossero reali
o se invece non si trattasse di un tentativo di discreditare la
benemerita compagnia del caucciù di Pablo Arana, un indigeno
peruviano, che partendo dal niente, da straordinario self
made man,
era arrivato a possedere un impero quotato alla borsa di Londra e
nel cui consiglio di amministrazione sedevano pari inglesi e membri
dell'aristocrazia liberale britannica.
Quello che Casement vide
in Amazzonia fa impallidire le stragi naziste; non avendo il gusto
del macabro, chi vuole potrà trovarle descritte nel decimo
capitolo de Il
Sogno del Celta,
uno degli ultimi romanzi di Mario Vargas Llosa. L'ex castrista
pentito – e ricompensato con il premio Nobel – racconta la
parabola di Roger Casement, che inizia la sua avventura umana con
l'idea che la colonizzazione avrà anche qualche effetto
collaterale, ma è la grande opportunità per popoli
arretrati, e in fondo selvaggi, di partecipare al grande banchetto
della civiltà; e la conclude in un'assolata mattina di agosto,
con dignitosa sobrietà, sotto il cappio di John Ellis,
condannato da un tribunale dell'Old Bailey, in seguito alla
sollevazione che portò alla tristemente famosa Pasqua di
sangue del 1916, trattenendo il respiro per fare in modo che la morte
arrivasse più rapidamente. Casement era tornato dal Putumayo
in uno stato febbrile dal quale, mi piace credere, non si risolleverà
mai più. Diventò un fanatico patriota irlandese, provò
a convincere la Germania ad appoggiare la causa indipendentista
irlandese contro l'Inghilterra, arrivando ad offrire ai tedeschi
anche il proprio appoggio militare. Ma quello che il romanzo
dell'autore peruviano racconta è la doppia faccia dell'impero
britannico, e l'immane criminale tragedia su cui poggiano le
ricchezze degli uomini d'affari di ieri. Di ieri?
Il polacco Conrad
fa dire al suo Marlow che è l'efficienza che ci salva. Il
protagonista de Il
Sogno del Celta non è solo Roger Casement. Durante il
giro nel Putumayo, il console britannico viene accolto da un membro
del consiglio di amministrazione dell'azienda peruviana.
Impeccabilmente vestito di bianco, alto, “dai modi aristocratici,
molto cortese”. Il gentiluomo “si vedeva da lontano, per il suo
viso ben rasato, i suoi baffetti, spuntati, le mani curate, e per
l'abito, che lì, nel mezzo della selva, non si trovava nel suo
elemento, che era un uomo da ufficio, salotti e città”.
Durante il viaggio in Amazzonia il consigliere d'amministrazione
spiega al console britannico i meccanismi che servono ad aumentare la
produttività dei raccoglitori di caucciù, a tenere
basso il costo del lavoro, ad avere i più ampi margini di
profitto. Mentre racconta e spiega, inorridisce gradualmente. Ma
l'orrore non riesce a fargli dimenticare le sue quote azionarie, la
sua casa di Londra, i figli all'università, il polo. Sono i
costi del mercato, della libera impresa. Gli indigeni soffrono,
certo, ma avranno dei benefici in futuro.
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| Manaus (Brasile). Fonte: www.stile.it |
Da circa sessanta giorni,
o forse sessanta mesi o sessant'anni, possiamo osservare uno sciame
di uomini e donne molto compite, impeccabilmente vestiti, che fanno
della sobrietà il proprio tratto distintivo. Costoro hanno
un'espressione di serietà stampata sul viso, sembrano soffrire
quando elencano il loro duro lavoro da compiere; se si lasciano
andare ad un sorriso, ma solo dopo una giornata di lavoro intenso,
quel sorriso è amaro, non arriva a coprire la bocca. Sono
“tecnici”, se hanno un qualche incarico all'università –
e chi non ce l'ha oggi? – naturalmente “professori”, conoscono
più e meglio delle incolte moltitudini la tragica essenza del
mondo, che è sofferenza, sofferenza e ancora sofferenza.
Soffrire è indispensabile. Loro sanno, vedono lontano,
capiscono gli inestricabili meandri dell'economia, sono come dei
medici costantemente alla presa con una malattia che possono
alleviare, ma che certamente non sono in grado di guarire. E se non
lo sono loro, statene certi, nessuno lo sarà. Per questo
dall'alto della loro sdegnata serietà rifiutano il dibattito,
soprattutto se l'interlocutore ha la cravatta slacciata, il tailleur
non adeguato all'occasione. Non credono mai che esistano ipotesi
alternative alle loro, oggi i lavoratori soffrono, certo, ma avranno
dei benefici in futuro. E se proprio sono in una giornata un po' meno
intensa con una benevolenza ammirevole guardano quei selvaggi che
pretendono di partecipare, con lo sguardo triste di chi conosce la
fine della storia, di chi sa che quei crimini non sono, come sempre,
che il male necessario. Alla fine di dure giornate di lavoro vanno
alla prima della Scala.
I proprietari delle
piantagioni di caucciù, fecero grande una cittadina
nell'Amazzonia brasiliana, Manaus. Lì costruirono un teatro
dell'opera. Il 7 dicembre portavano le loro mogli alla prima.
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Caro Roberto, è molto bello quello che hai scritto. Elegante e sobrio. Ops! Volevo dire asciutto e pregno. Baldo
RispondiEliminaGrazie davvero. Spero che ti piacciano anche gli altri interventi del blog. Io ci tenevo a mostrare quanto questo governo sia cinico, non credo di avere esagerato.
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