giovedì 22 marzo 2012

Babele: Lavoro

 
Babele. Osservatorio sulla proliferazione semantica




Lavoro, s. m. Il termine proviene dal latino labor, ossia fatica e pena, e forse è anche in relazione con labi, ossia “cadere”, il che mette in luce l’atteggiamento di chi, lavorando, è curvo, e quindi si pone nella posizione di chi cade. Che il lavoro fosse inteso nell’antichità come tormento e peso si coglie anche nel greco ponos, mentre la prestazione e l’opera erano ricondotte ad ergon. Siamo lontani dalla moderna economia politica, anch’essa peraltro spesso spietata. Nella Bibbia, all’inizio, il lavoro è condanna, sudore, ritorno alla terra da cui si giunge (Genesi, 3, 17), ma poi vi è anche la distinzione tra i pigri e i diligenti (Proverbi, 13, 4) e nel Libro di Giobbe (5, 7) si può leggere che “gli uomini sono nati per il lavoro”. Se poi ci accostiamo al celeberrimo motto “chi non lavora non mangi”, non ci troviamo dinanzi ad una massima socialista, ma a una ripetuta frase paolina (si vedano Rom, 1, 20 e molti altri luoghi). Nelle lingue volgari, il termine, che si trova in Dante, nel francese del XIII secolo e nell’inglese del XIV, assume già diversi significati. È un’opera che è stata prodotta (il fare si identifica con il fatto), è l’attività in generale, è l’attività “a catena”. Significati sopravvissuti sino ad oggi.

Nel mondo moderno il lavoro viene compreso nella sua funzionalità, ma in Adam Smith è pur sempre “fatica” e “fastidio”. I classici come Smith che proviene dalla filosofia morale non sono però quasi mai, in quanto figli e nipoti dell’età dei lumi, esplicitamente cinici. Ed è da loro che emerge, sia pure in forma non rivoluzionaria, il principio che a ciascuno deve essere fornita una quota corrispondente al contributo lavorativo. Tutto ciò si troverà anche nei programmi sansimoniani e nella fase del “socialismo inferiore”, secondo la definizione di Marx. Il cinismo, attenuato dalla intenzionalità scientifica, uscirà all’aperto con i marginalisti-neoclassici. E William Jevons (1835-1882), fondatore di fatto della nuova scuola, si soffermerà sulla “disutilità” del lavoro, cui verrà contrapposta l’utilità del prodotto. Ci si discosta dalla teoria classica del valore-lavoro, secondo la quale il lavoro è un fattore di produzione e il valore del prodotto, o anche il prezzo, dipende anche dal lavoro che è stato necessario per arrivare al prodotto stesso. Nel valore-prodotto, invece, il valore dipende soprattutto dalla relazione che, di volta in volta, si viene a creare tra la quantità domandata e la quantità offerta. Una prima tazzina di caffè, ad esempio, ha un valore che si collega alla domanda e al consumo di chi la richiede. La diciottesima tazzina di caffè, offerta alla stessa persona, che ovviamente la rifiuta, non vale piu nulla, anzi assai meno di nulla, anche se in essa, rispetto alla prima consumata con piacere e con esborso di denaro, vi è la stessa entità di materia prima (raccolta anch’essa lavorando) e di fatica produttiva. 

William Stanley Jevons (1835-1882)
Il lavoro, dunque, è necessario, ma economicamente disutile. Utile è l’accoglimento del prodotto da parte di chi lo desidera o ne ha bisogno. Nella legge della domanda e dell’offerta, al cui interno in precedenza contava l’equilibrio, conta ora di più – si è in una società che si sta massificando la domanda. Sul piano sociocratico ciò dipende anche dalla divisione storico-gerarchica tra lavoratori ed élites, le quali erano tali proprio perché non lavoravano. La distinzione è poi in parte mutata con il passaggio dalla schiavitù alla servitù e infine al salario. Ma non è mai scomparsa. È stata poi la volta del taylorismo, del taylor-fordismo, del postfordismo, così come dei sindacati, del corporativismo cristiano o fascista, del collettivismo statalista o burocratico. Ma i problemi del lavoro non sono mai stati appieno risolti.


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