Babele. Osservatorio sulla proliferazione semantica
Lavoro,
s. m. Il termine proviene dal latino labor, ossia fatica e pena, e forse è anche in relazione
con labi, ossia
“cadere”, il che mette in luce l’atteggiamento di chi, lavorando, è curvo, e
quindi si pone nella posizione di chi cade. Che il lavoro fosse inteso
nell’antichità come tormento e peso si coglie anche nel greco ponos, mentre la prestazione e l’opera erano
ricondotte ad ergon.
Siamo lontani dalla moderna economia politica, anch’essa peraltro spesso
spietata. Nella Bibbia, all’inizio, il lavoro è condanna, sudore, ritorno alla
terra da cui si giunge (Genesi, 3, 17), ma poi vi è anche la distinzione tra i pigri e i diligenti (Proverbi, 13, 4) e nel Libro di Giobbe (5, 7) si può leggere che “gli uomini sono
nati per il lavoro”. Se poi ci accostiamo al celeberrimo motto “chi non lavora
non mangi”, non ci troviamo dinanzi ad una massima socialista, ma a una
ripetuta frase paolina (si vedano Rom, 1, 20 e molti altri luoghi). Nelle lingue volgari,
il termine, che si trova in Dante, nel francese del XIII secolo e nell’inglese
del XIV, assume già diversi significati. È un’opera che è stata prodotta (il
fare si identifica con il fatto), è l’attività in generale, è l’attività “a
catena”. Significati sopravvissuti sino ad oggi.
Nel
mondo moderno il lavoro viene compreso nella sua funzionalità, ma in Adam Smith
è pur sempre “fatica” e “fastidio”. I classici come Smith – che proviene dalla filosofia morale –
non sono però quasi mai, in quanto figli e nipoti dell’età dei lumi,
esplicitamente cinici. Ed è da loro che emerge, sia pure in forma non
rivoluzionaria, il principio che a ciascuno deve essere fornita una quota
corrispondente al contributo lavorativo. Tutto ciò si troverà anche nei
programmi sansimoniani e nella fase del “socialismo inferiore”, secondo la
definizione di Marx. Il cinismo, attenuato dalla intenzionalità scientifica,
uscirà all’aperto con i marginalisti-neoclassici. E William Jevons (1835-1882),
fondatore di fatto della nuova scuola, si soffermerà sulla “disutilità” del
lavoro, cui verrà contrapposta l’utilità del prodotto. Ci si discosta dalla
teoria classica del valore-lavoro, secondo la quale il lavoro è un fattore di
produzione e il valore del prodotto, o anche il prezzo, dipende anche dal
lavoro che è stato necessario per arrivare al prodotto stesso. Nel
valore-prodotto, invece, il valore dipende soprattutto dalla relazione che, di
volta in volta, si viene a creare tra la quantità domandata e la quantità
offerta. Una prima tazzina di caffè, ad esempio, ha un valore che si collega
alla domanda e al consumo di chi la richiede. La diciottesima tazzina di caffè,
offerta alla stessa persona, che ovviamente la rifiuta, non vale piu nulla,
anzi assai meno di nulla, anche se in essa, rispetto alla prima consumata con
piacere e con esborso di denaro, vi è la stessa entità di materia prima
(raccolta anch’essa lavorando) e di fatica produttiva.
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| William Stanley Jevons (1835-1882) |
Il lavoro, dunque, è
necessario, ma economicamente disutile. Utile è l’accoglimento del prodotto da
parte di chi lo desidera o ne ha bisogno. Nella legge della domanda e
dell’offerta, al cui interno in precedenza contava l’equilibrio, conta ora di
più – si è in una società che si sta massificando – la domanda. Sul piano
sociocratico ciò dipende anche dalla divisione storico-gerarchica tra
lavoratori ed élites, le quali erano tali proprio perché non lavoravano. La
distinzione è poi in parte mutata con il passaggio dalla schiavitù alla servitù
e infine al salario. Ma non è mai scomparsa. È stata poi la volta del
taylorismo, del taylor-fordismo, del postfordismo, così come dei sindacati, del
corporativismo cristiano o fascista, del collettivismo statalista o
burocratico. Ma i problemi del lavoro non sono mai stati appieno risolti.
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