martedì 6 marzo 2012

La musica è una persona, anzi parecchie


Belle pensate



Sul come possa, la musica, esprimere emozioni  


P. Rinderle, Die Expressivität von Musik, Mentis, 2010, 19,80 euro; Musik, Emotionen, Ethik Alber, 2011, 32 euro.

Che la musica esprima emozioni è una constatazione banale. La musica ci commuove, ci rilassa, ci eccita. Quando parliamo di un brano musicale lo descriviamo come triste, allegro, solare, malinconico e via dicendo. Per spiegare il valore della musica il rinvio alla sua relazione con le emozioni è un luogo comune. La comprensione delle cause di questa relazione non è però scontata. Piuttosto, si tratta di un vero e proprio rompicapo per generazioni di filosofi che al problema della natura del legame tra musica ed emozioni hanno dato risposte assai diverse.
Peter Rinderle ha dedicato al tema due libri che discutono importanti questioni di filosofia della musica soprattutto in riferimento all’‘estetica analitica’ contemporanea, ma non dimenticando autori ‘continentali’ come Adorno e Bloch e soprattutto non trascurando né il rinvio alle voci di musicisti e musicologi, né il confronto diretto con opere musicali di generi e tradizioni culturali diverse. Nel primo libro (Die Expressivität von Musik; L’espressività della musica) l’autore tedesco difende una teoria dell’espressività musicale, attraverso il confronto con altre concezioni. Nel secondo (Musik, Emotionen, Ethik; Musica, emozioni, etica) fornisce argomenti a favore della tesi che la musica possa rivestirsi di significati etici.
Il problema filosofico più rilevante risiede nel fatto che la musica non è un essere vivente che possa provare emozioni: in che senso quindi può esprimerle? La risposta è che si può riscontrare un’analogia tra la musica e la mimica o la gestualità delle persone. Non ciò che la musica porta a rappresentazione, bensì l’articolazione di una specifica gestualità sta alla base della sua capacità di esprimere emozioni.

 Per arrivare a questa tesi, l’autore esamina tre gruppi di teorie. Le teorie causali, che comprendono l’espressività musicale o come effetto delle emozioni provate dal musicista o come causa di una reazione dell’ascoltatore. Le teorie semantiche, che considerano la musica come segno, simbolo o metafora di emozioni. Le teorie cognitiviste, che spiegano l’espressività in base alla somiglianza tra il profilo melodico-armonico della musica da un lato e il modo di parlare e di muoversi delle persone emozionate dall’altro. Tutte queste proposte si dimostrano errate per ragioni diverse. O fraintendono le emozioni musicali collegandole alle associazioni private degli ascoltatori o alle emozioni soggettive dei musicisti. O articolano espressività della musica come un rapporto d’ordine simbolico, irrilevante per la comprensione del gesto musicale. O riducono il nesso tra musica ed emozioni a un’asettica somiglianza strutturale, generatrice di un’astratta “emozione estetica”.
Dobbiamo quindi ricorrere a un’altra spiegazione. Per questo ci può venire in aiuto la teoria della “persona musicale”, elaborata per esempio da Jerrold Levinson e Jenefer Robinson. Essa spiega che un brano espressivo può essere compreso come un gesto o una serie di gesti con cui una persona fittizia costruita dall’immaginazione dell’ascoltatore reca a espressione le sue emozioni. Nel percepire la musica l’ascoltatore riconosce gesti espressivi che attribuisce immaginariamente a una persona (o a più persone) che per loro tramite esprime emozioni. E, analogamente a quanto accade di fronte alle persone reali, vi reagisce in maniera simpatetica, empatetica o antipatetica.
Così, se le emozioni sono percezioni di valori, è ragionevole sostenere che le proprietà espressive di un brano musicale possono dischiudere significati etici rilevanti per sua complessiva qualità estetica. Contro chi, come Peter Kivy (autore di Filosofia della musica. Un’introduzione, Einaudi, 2007), nega la dimensione etica della musica strumentale, a partire dalla tesi che la musica da sola, non accompagnata da un testo, non possa avere né comunicare significati né contenuti e quindi neppure significati e contenuti etici, Rinderle osserva che la musica può comunicare conoscenze non proposizionali (analoghe a quelle comunicate dall’espressività delle persone) circa le diverse situazioni emotive. Inoltre, manifestando emozioni attraverso la propria gestualità espressiva, la musica può spingere all’esplorazione della vita emozionale e influire sulle tendenze caratteriali degli individui. Può cioè portare a espressione atteggiamenti emozionali che altrimenti resterebbero ignoti. In questo modo può rafforzare e approfondire la nostra capacità di simulare situazioni esistenziali e di controllare le nostre reazioni emozionali. Il significato etico della musica consiste insomma nel suo potere di coltivare la nostra immaginazione emozionale. E questo vale anche quando riteniamo immeritata la reazione emotiva che la musica sembra esigere da noi, come nel caso di musica kitsch o sentimentale.

La musica può esprimere speranza o umorismo, oppure presentare il lato tragico dell’esistenza: tutto questo ha a che fare con le ragioni per cui l’apprezziamo. Dimensione etica e valore estetico dell’arte dei suoni si incontrano grazie alla sua espressività. Ciò non esclude che i “difetti” di composizioni musicali eticamente “scorrette” (è il caso della Sacre du Printemps di Stravinskij) possano essere compensati da altri meriti estetici o dalla capacità di presentare controverse e/o alternative forme di vita buona.



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6 commenti:

  1. Spunti molto interessanti che colgo al volo. Bell'articolo! :)
    Silvia

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  2. Grazie Silvia!
    Che cos'è che ti ha interessato di più? Il tema dell'espressività musicale è davvero affascinante, così come la storia dei modi in cui i filosofi hanno cercato di renderne conto. Ancora oggi è al centro di un acceso dibattito, soprattutto nel quadro della cosiddetta "estetica analitica".
    Un saluto

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  3. Mi sembra tutto piuttosto vago. E la scienza non ha niente da dire al riguardo? La musica, è noto, funziona anche con gli animali.

    Meglio leggere "Fatti di musica", di Daniel Levitin

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  4. Senz'altro la scienza ha molto da dire al riguardo. In proposito si può leggere per esempio anche l'avvincente "Musicofilia" di Oliver Sacks. Ma questo non esclude che si possa rivolgere uno sguardo filosofico al tema dell'espressività musicale (peraltro, lo si fa da secoli).
    Ed è vero che la musica funziona anche con gli animali (e forse anche con le piante). Ma si tratta di "cose" diverse. Vedo difficoltà nel considerare il canto degli uccelli come musica, per es. Inoltre non è chiaro che cosa significhi in questo caso "funziona". Significa che la musica ha effetti sul comportamento degli animali? Se è così non è certo soltanto questo il modo in cui parliamo di espressività musicale (in rapporto agli esseri umani). In generale, mi sentirei di poter dire che le neuroscienze offrono senz'altro un apporto utile, ma non è l'unico in grado di farci comprendere l'esperienza della musica (che è anzitutto un'arte, una pratica culturale).
    In ogni caso, esistono anche altri testi filosofici sull'espressività musicale. Un libro utile, che presenta un interessante tentativo - comunque assai discusso - di comprendere la questione, è quello di P. Kivy (Filosofia della musica. Un'introduzione). Io stesso mi sono occupato della cosa, ma non mi faccio pubblicità. Grazie della segnalazione del libro di Levitin.

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  5. Ho apprezzato molto questo articolo che va nella strada di una rivalutazione forte della semantica musicale. Concordo con le critiche al formalismo (anche quello "arricchito" di Kivy).
    Ho letto questo articolo perché sto scrivendo la recensione al tuo Il pensiero dei suoni per la rivista "Allegoria".
    Un caro saluto,

    Guglielmo Pianigiani

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  6. Grazie Guglielmo,
    mi fa davvero piacere che l'articolo abbia trovato l'approvazione di un musicista, critico e storico della musica come te. Attendo allora le tue osservazioni al "Pensiero dei suoni": sono onorato da questo tuo interesse per il libro.
    Grazie, un caro saluto, e buon lavoro
    Alessandro

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