sabato 14 aprile 2012

In coda a Londra per Leonardo a Milano



L'Indice
allungato



Intorno alla mostra Leonardo da Vinci Painter at the Court of Milan

L'Indice allungato: la continuazione, l'espansione, il supplemento online dell'Indice. Il nuovo appuntamento della rubrica è con il "Camminar guardando" numero 20 dell'Indice, apparso sul numero di aprile (2012) della rivista (p. 39): uno scritto di Edoardo Villata sulla mostra Leonardo da Vinci Painter at the Court of Milan (London, National Gallery, 2011-2012).


Gira voce che qualcuno, all’interno della National Gallery di Londra, abbia un po’ storto il naso di fronte a quella che è parsa una sovraesposizione in odore di successo pop e di marketing. Eppure al visitatore italiano, la mostra Leonardo Painter at the Court of Milan (9 novembre 2011-5 febbraio 2012) la mostra, fin dal suo titolo, in cui non compaiono lemmi da noi quasi irrinunciabili quali “genio”, “genio universale”, “mito”, ecc., pare un esempio di understatement: un titolo “normale”, per una mostra “normale”, dedicata a un “normale” grande artista della storia dell’arte europea.
Anche l’allestimento appare in coerenza con questi principi: sei sale, con opere esposte in generale molto bene e in ottima luce (anche se la non grande dimensione e il continuo afflusso rende disagevole osservare a lungo – non parliamo di discutere con colleghi – la ricca messe di dipinti e disegni esposti; ma si tratta in fondo di un problema fisiologico), “come se fosse” una normale mostra, senza bisogno di scenografi del cinema, performers o archistar a firmarlo.
Forse si potrebbe discutere sulle modalità di acquisto anticipatissimo dei biglietti online, che ha creato non pochi disagi a chi non ha potuto programmare per tempo la visita. Ma si può ben dire che per una mostra che presenta tutti i dipinti mobili realizzati da Leonardo tra 1482 e 1499 (con l’eccezione, chissà perché, della Scapiliata della Pinacoteca Nazionale di Parma; e per contro con l’indebita “promozione” a Leonardo della Madonna Litta, capolavoro sì, ma di Boltraffio, e della più modesta Madonna dei fusi Baccleuch), oltre a una scelta raffinata di disegni e di opere dei suoi allievi, qualche ora di coda e di freddo non è un eccesso.

Il saggio-timone di Luke Syson, curatore insieme a Larry Keith, ci offre una presentazione abbastanza tradizionale di Leonardo a Milano, uno scritto di alta divulgazione qua e là arricchito da nuove ipotesi. Una molto verosimile è che un celebre elenco di oggetti che Leonardo ha nel suo studio (dipinti, addobbi, disegni, sculture, ecc.), che si legge sul f. 888r del Codice Atlantico, finora ritenuto relativo al suo trasferimento da Firenze a Milano, possa più plausibilmente ritenersi vergato già a Milano, verso il 1485. La proposta è convincente: si può aggiungere che l’occasione di questo “inventario” sarà stato il trasloco dello studio di Leonardo: in Corte Vecchia (oggi Palazzo Reale), messogli a disposizione dalla corte per realizzare il grandioso monumento equestre di Francesco Sforza. Altre proposte meno persuasive: che il San Giovanni Battista del Louvre sia stato iniziato a Milano (ardua da giustificare sul piano stilistico), solo sulla base del fatto che esso è dipinto su tavola di noce come i tre ritratti milanesi, come se tale materiale, il preferito da Leonardo per la pittura, non fosse disponibile anche a Firenze. 

Il catalogo della mostra
La prima sala, incentrata sul Ritratto di Musico della Pinacoteca Ambrosiana (qui si privilegia l’identificazione con Atalante Migliorotti a scapito di quella tradizionale a favore di Franchino Gaffurio), si presenta sotto un titolo veramente indovinato: A quiet revolution. Anche se dalla lunga e articolata scheda i motivi di tale rivoluzione non appaiono forse tanto chiari: si nega il rapporto di questo magnifico dipinto con gli studi di anatomia, e soprattutto di struttura cranica, portati avanti da Leonardo alla fine degli anni ottanta (che uno di questi porti la data 1489 non significa per forza che solo in quell’anno Leonardo abbia indagato il problema) ma l’accostamento con uno qualunque di quegli studi, che in mostra si vedono nella sala dedicata al San Gerolamo, dice di più rispetto ai disegni di volti maschili in profilo che si è scelto di affiancargli, insieme – giustamente – al ritratto virile, che vistosamente dal Musico dipende, della Pinacoteca di Brera, qui attribuito al principale allievo di Leonardo, Giovanni Antonio Boltraffio. Ma perché non accostare a questo dipinto di Leonardo, di incontenibile monumentalità e di così fremente concentrazione emotiva uno degli Uomini d’arme di Casa Visconti, capolavoro bramantiniano discriminante per le sorti della pittura milanese e italiana? Invece, se non erro, il nome dell’unico artista (insieme a Raffaello) che saprà confrontarsi senza schermi con Leonardo senza venirne schiacciato, e anzi instaurando con lui una esaltante dialettica, non compare mai, né in mostra, né nel catalogo, viziando alla radice la comprensione stessa della vicenda che pure si tenta di raccontare.

Belle Ferronnière
Nella sala successiva, dedicata ai dipinti femminili, è difficile non perdersi per eccesso d’incanto. La Dama con l’ermellino, ancora tanto indebitata verso modelli plastici fiorentini, è però vivificata da una nuova mobilità luministica e psicologica destinata a stregare la sensibilità raffinata della cultura delle corti. Tale dinamismo insieme fisico e mentale trova un esito ancora più alto nella Belle Ferronnière del Louvre, dove Leonardo con sovrana economia di mezzi ci mostra questa ipersensibile modella in movimento, dal busto al collo agli occhi, catturando l’attimo che, così eternato, conferisce nuova evidenza monumentale alla figura. I due ritratti sono “legati” in mostra da una serie pertinentissima di disegni, che spiegano come meglio non si potrebbe i rapporti reciproci ma anche la crescita della consapevolezza artistica di Leonardo dall’uno all’altro, e da alcuni ritratti di allievi tra cui spicca quello, misterioso e magnetico, di Boltraffio in collezione privata, i cui colori ombrati e volumi dilatati (se del tutto indenni da revisioni ottocentesche) rischiano di mettere a seria prova il riferimento boltraffiesco del ritratto braidense visto nella sala precedente.
Ciò che scricchiola è la cronologia, una volta che si prenda in mano il catalogo: la Dama con l’ermellino è mantenuta al 1489-90, sulla base del presupposto (non così automatico, invero) che esso sia il ritratto di Ceclia Gallerani, amante di Ludovico il Moro, realizzato su istanza del Moro stesso, e che la relazione tra i due sia iniziata nel 1489. In verità sappiamo grazie a Ballarin (avremmo dovuto saperlo anche prima, ma è stato lui a ricordarcelo) che la Gallerani era nelle grazie dello Sforza già nel 1485! Col che il fondamento della datazione a fine decennio cade e si può tornare allo stile, che dice: poco oltre la Vergine delle rocce del Louvre, quindi non oltre il 1485-1486. Di questa precisazione ne beneficia anche la Belle Ferronnière, che ritrova una cronologia entro la fine degli anni ottanta (mi pare impossibile porla dopo la seconda Vergine delle rocce, a ridosso dell’inizio del Cenacolo). Considerando che è dipinta su una tavola ricavata dallo stesso tronco di noce della Dama con l’ermellino, ma di dimensioni un poco maggiori, si potrebbe pensare che in origine fosse destinata a realizzare una coperta per quest’ultima, salvo poi essere utilizzata diversamente.

San Gerolamo
Particolarmente compatta è la sala successiva, dedicata all’incompiuto San Gerolamo della Pinacoteca Vaticana. Ormai il versante più attento degli studiosi sa che si tratta di lavoro eseguito a Milano, anche se ne restano ignote al momento committenza e destinazione (forse sforzesca e milanese, ma è storia da raccontare altrove). La serie di disegni che gli sono affiancati ne illustra assai bene la genesi, e, come già detto, “funzionerebbe” altrettanto bene accanto al Musico; che condivide con questa affascinante opera molti presupposti e anche la cronologia, difficile da precisare ma per certo di seconda metà degli anni ottanta. In comune col Musico abbiamo la monumentalità della figura, l’ossessione anatomica, l’accentuazione psicologica che qui arriva al patetismo, già anticipando certe soluzioni del Cenacolo. Nuova è invece la rinuncia alla tradizionale prospettiva albertiana, a favore di uno spazio continuo e avvolgente che, forse non con altrettanta enfasi, ritroveremo nella seconda Vergine delle rocce, esposta nella sala successiva. Un piccolo disegno delle collezioni reali inglesi, esposto ancora in questa sala, mostra uno studio di pala d’altare in cui campeggia una Madonna in adorazione del Bambino, inginocchiata nell’identica posa del San Gerolamo: è uno studio per una Immacolata Concezione, quale le riflettografie hanno rivelato essere stata iniziata da Leonardo sotto l’attuale soluzione (la Vergine delle rocce di Londra). E passiamo quindi alla successiva sala.
Qui si fronteggiano le due versioni, quella parigina e quella londinese, della Vergine delle rocce: una occasione che difficilmente potrà ripetersi. Tanto è più omogenea la versione parigina, tutta compresa in una interpretazione virtuosisticamente parafiamminga del “primato del disegno”, altrettanto, nonostante l’indubbio intervento di aiuti (come non accorgersi, a esempio, che il Bambin Gesù è dipinto da Francesco Napoletano?) appare infinitamente più importante, per la storia di Leonardo e dell’intera pittura italiana, la versione di Londra: la nuova spazialità stereometrica, l’inusitata prepotenza monumentale, la luce tersa e fluidificata, la dolce sospensione emotiva delle figure indicano ormai con sicurezza la strada che porterà al Cenacolo e, con esso, alla “maniera moderna”. Tutto ciò appare chiarissimo al confronto, nonostante la versione di Parigi ci si mostri seminascosta sotto la vernice scurite e i molti ritocchi alterati, mentre quella di Londra, dopo due restauri esibisca passaggi cromatici troppo crudi e repentini, pentimenti che certo non dovevano essere a vista, persino in alcuni punti il riemergere della traccia disegnativa a pennello. Nuoce al catalogo non aver considerato le ipotesi, certo destabilizzanti ma di estrema pregnanza, di Alessandro Ballarin, pubblicate in modo “ufficiale” solo nel 2011, ma già variamente anticipate e divulgate: e in ogni caso, ragionando insieme su stile, dati tecnici qui esposti con dovizia, e documenti, si può arrivare alla conclusione che la Vergine delle rocce di Londra fu posta in opera alla fine del 1489. E poi, considerazione a margine, va ribadito che il bellissimo disegno 12521 della Royal Library di Windsor, qui esposto, non è affatto di Leonardo ma di Bramantino.

Salvator Mundi
La sala successiva (anche se è l’ultima nella logica del catalogo) ha due punti di forza: il cartone della Sant’Anna, vanto della National Gallery, opera di un saturo classicismo post Cenacolo, e il ritrovato Salvator Mundi. Si può senza dubbio apprezzare la misura con cui questa clamorosa scoperta viene presentata: un dipinto tra gli altri, come sempre accompagnato da disegni in diretto e indiretto rapporto, e da opere di bottega che ne riprendono questo o quel tratto. Ma è davvero opera di Leonardo? Lo stato di conservazione è a dir poco soffertissimo, e il restauro sembrerebbe condotto con criteri “antiquariali” più che strettamente filologici (si tratta pur sempre di un’opera sul mercato). Difficile quindi pronunciarsi; non fosse per l’area meglio conservata, quella della mano destra: insieme docilissima alla luce, elegante nel movimento e di una plasticità tanto imponente quanto di estrema immediatezza e facilità. Basta quel momento di qualità altissima, che nessuna delle molte copie e derivazioni riesce a eguagliare, per convincerci che, per quanto ormai un relitto, questo Salvator Mundi è il relitto di un dipinto di Leonardo.
Semmai si potrà discutere sulla sistemazione cronologica: possibile che Luigi XII, appena conquistata (e quasi subito momentaneamente ripersa) Milano trovi il modo di commissionare due opere a Leonardo, e che lui, nel caos di quel momento drammatico trovi il tempo di realizzare un dipinto e un cartone di tale impegno? Per motivi che ho già spiegato altrove ritengo piana la datazione al 1501 per la Sant’Anna londinese, e credo che il Salvator Mundi possa attestarsi su una analoga datazione, anche se l’esecuzione ne fu più estesa nel tempo. Le raffinate argomentazioni addotte da Syson per sostenere una committenza regia alla base del dipinto riemerso non perdono nulla, del resto, se proiettate qualche anno in avanti.

Cenacolo (Giampietrino)
La mostra si conclude, al primo piano, con una sezione interamente dedicata al Cenacolo, dominata dalla copia a grandezza naturale realizzata da Giampietrino e oggi alla Royal Academy di Londra; spettacolare surrogato al dipinto murale delle Grazie di Milano (comunque evocato da una buona riproduzione fotografica). Accanto a essa il corpus quasi completo degli studi preparatori: in pratica, una riedizione della sezione portante della mostra dedicata al Cenacolo allestita a Milano nel 2001.
In definitiva: una mostra non eccezionalmente innovativa sul piano scientifico, al di là (non è poco) della presentazione del Salvator Mundi e di qualche interessante spunto di cronologia o di interpretazione, ma imperdibile per l’importanza e la completezza delle opere esposte. Leonardo pittore non ne esce più di tanto contestualizzato, ma il pubblico avvertito può farsi una precisa idea della sua qualità sia pittorica sia grafica, in modo limpido e garantito: nessun miglior anticorpo a certe mostre recenti in cui accanto a qualcosa di originale, magari non troppo importante. vengono esposti mediocri quadri o brutti disegni – spesso di collezioni private – con inammissibile attribuzione al Vinci.

Edoardo Villata
E. Villata insegna storia dell'arte moderna all'Università Cattolica di Milano


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