mercoledì 27 giugno 2012

Il caos napoletano, ma non tutto. "Napoli 24"


 

Dal numero in edicola
(giugno 2012)




NAPOLI 24
di Giovanni Cioni, Bruno Oliviero, Gianluca Iodice, Diego Liguori, Roberta Serretiello, Luca Martusciello, Nicolangelo Gelormini, Guido Lombardi, Mariano Lamberti, Stefano Martone, Andrej Longo, Mario Martone, Mario Spada, Fabio Mollo, Pietro Marcello, Andrea Canova, Lorenzo Cioffi, Corrado Costetti, Massimiliano Pacifico, Marcello Sannino, Federico Mazzi, Vincenzo Cavallo, Gianluca Loffredo, Daria D’Antonio, Ugo Capolupo, Paolo Sorrentino, Italia 2012

di Antonella Cilento

“Vedi Napoli e poi muori”, l’antico adagio ormai proverbiale e declinabile al positivo (non più da oltre un secolo), o al negativo: oleografia disdicevole e noiosa degli ultimi anni in letteratura come al cinema, si applica assai bene anche per quest’opera collettiva intitolata Napoli 24 e che vede appunto ventiquattro registi, quasi tutti esordienti, fatta eccezione per Cesare Accetta, da sempre “occhio” dei film e del teatro di Mario Martone, Guido Lombardi, recente e fortunato esordio con La-bàs e Paolo Sorrentino, alle prese con la misura assai difficile dei tre minuti a testa per raccontare la città che passa per irraccontabile, ma al momento conta il più alto numero di narratori letterari d’Italia – un simile concentrato di autori nessun’altra città italiana può vantarlo – e, a quanto pare, anche un potenziale, altissimo numero di narratori cinematografici. 

Cosa accade in Napoli 24: innanzitutto si oscilla dalla narrazione vera e propria al documentario, alla video arte. Colpa delle misura, troppo breve, e di sceneggiature latitanti, per cui l’idea a volte si stende in un episodio, talvolta in uno spaccato appena accennato, assai raramente in una vera e propria storia. 

Quindi c’è l’idea della panoramica, a volte focalizzata a volte generica. Viene da chiedersi se ci sia davvero tutta la città narrabile in questo film o se si possa trovare uno sguardo che tagli con un’idea collettiva precisa. 

Occorre rispondere di no ad entrambe le domande, ma del resto non era semplice costruire questo collage, che per altro ha il difetto tecnico di non inserire alcuna separazione visiva, né una dissolvenza né un banalissimo nero, fra un episodio e l’altro, il che rende molto complicato per lo spettatore distinguere una storia dalla successiva. Scelta? Può darsi, ma non sempre efficace: il caos napoletano sembra riprodotto dal sovrapporsi delle singole prove e qualche volta, ma di rado, ottiene effetti di senso, ad esempio quando si passa dallo sguardo sulla Gaiola e lo Scoglione - unico punto di bellezza non del tutto addolorata del film, benché compaia un gabbiano zoppo, e un’intervistata afferma che la natura qui non la si deve toccare perché è ancora allo stato puro, guai a chi ci mette le mani - al corto seguente, dove, nella periferia estrema della città in piena crisi dei rifiuti, pascola un maiale e corrono bande di cani randagi. 


Per il resto, ecco Napoli ritratta da un’alba al tramonto a un’altra alba con l’occhio fisso sul porto e sul vulcano; le navi della Seconda Guerra e le navi di oggi; una passeggiata che insegue nel centro antico i passi di un pianista cieco e il suono del suo bastone fino al Conservatorio di San Pietro a Majella; via Duomo e San Gregorio Armeno; il canonico miracolo di San Gennaro (ai tempi di Rosetta Russo Jervolino); una parata del neonato esercito borbonico che rivendica l’identità perduta del Sud; un’artista segregata che abita di casa accanto al MADRE (Museo d’Arte Donna Regina) e trova un modo, latamente hitchcockiano, per calare la sua opera dal balcone e mostrarla ai turisti giapponesi in visita al museo; un matrimonio rom; il mercato dei fiori al cimitero e, di seguito, le proteste popolari per la modifica della legge relativa agli interri (e le minacce di madri e mogli e zie: “m’ ‘o scav’io, m’ ‘o scav’io!”, ovvero disseppellisco il mio morto con le mie mani), declinazione attuale dello storico culto dei morti dei napoletani. 

Quindi segue l’area tematica del culto con una visita al santuario dei Quartieri Spagnoli di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, prima donna canonizzata in Italia, e alla sua sedia che favorirebbe le gravidanze per le donne infertili; una passeggiata con la camera ad altezza gambe nei vicoli, da cui si desume che, purtroppo, Napoli non è un paese per bimbi (come recita il titolo del corto) e che dopo la consueta (per noi che ci abitiamo) ridda di motorini, auto e spazzatura, mostra la simbolica immagine di una bionda bambina in passeggino che si riflette in uno specchio dismesso nella spazzatura del vicolo. 

Quindi è la volta di Scarfariello, centenario che vive con l’aiuto delle mense pubbliche e che viene festeggiato dal cardinale in persona; passiamo per la Porta Capuana degli africani e dei russi (parentesi musicali entrambe), il chiosco della Peroni che campeggia davanti alle belle mura rinascimentali della città; seguiamo alcune storie d’amore (alcune estatiche in bianco e nero, altre fatte di ragazzone obese che spezzano il braccio al fidanzato); andiamo in visita da Nennella, storica trattoria dei Quartieri Spagnoli, dove la frutta è servita in un water (declinazione proletaria della porcellana di Capodimonte) e quando si sfila la copertura di un ombrellone si sente una voce: “Ma che d’è? Nu preservativo?”, con relativa intervista al suo vulcanico proprietario e self made man e visita di un mendicante napoletano notissima perché stravecchio ai cittadini napoletani (dice sempre e solo: ‘Oppà, ‘oppà, si vocifera che abbia acquistato ville in oltre quarant’anni di accattonaggio, ma questo il film non ha il tempo di raccontarlo); la giornata degli operai che mettono i sanpietrini sul Rettifilo (infinita fatica); le provinate sedicenni, tutte Noemi Letizia in piccolo, che aspirano alla promozione sociale televisiva; i Virtuosi di San Martino che recano simbolicamente i propri strumenti, ovvero la musica, in una cassa da morto e suonano un requiem dialettale per la città; e l’episodio conclusivo che ci porta in una delle ville vesuviane, da cui, gattopardeschi, un’anziana principessa e suo figlio osservano l’avanzante cemento della città e del suo hinterland.

Occorre dire che è davvero difficile trovare uno sguardo nuovo per raccontare Napoli, già così tanto consumata dagli sguardi che l’hanno detta, anche al cinema, sin dall’inizio del Novecento: ad esempio, qualcosa di nuovo si era visto, ma assai rapidamente, colpa della cattiva distribuzione, in Into Paradiso di Paola Landi, che mostrava in bella forma narrativa e perfetto equilibrio una città meno nota, il quartiere srilankese della città, piccola Chinatown napoletana, evocativa, poetica, comica e anche drammatica anche grazie all’impareggiabile Gianfelice Imparato, piccolo travet intellettuale. Operazione di rara efficacia, considerando che la Napoli cinematografica ha alle spalle i migliori nomi del cinema internazionale, da De Sica a Monicelli, buoni ultimi Martone e Sorrentino. 

D’altro canto, se consideriamo Napoli 24 come documentario sullo stato civile/incivile della città, ignorando le forme dell’arte, anche in questo caso ricaviamo informazioni che la televisione ha consumato mostrandole fino all’ossessione e, raramente, tagli sull’interno della città che, talvolta, sono così interni da non essere pienamente leggibili per uno spettatore non napoletano. 

Difetti di crescita, per carità: Napoli è un grande, immenso luogo comune, in senso retorico e fisico, dunque è contemporaneamente più facile rintracciarvi materia e più difficile organizzarla seguendo strade che non siano già battute. Ne sapeva qualcosa, ma lo sapeva a ben altri livelli, Fabrizia Ramondino quando anni fa diede alle stampe, con Andreas Friederich Müller, il collage letterario napoletano intitolato Dadapolis, dove l’immagine della città si rifrangeva in decine e decine di passi di scrittori, viaggiatori e filosofi. Che trappola d’invenzione è questa città: in fondo, Napoli 24 un’idea, sia pur parziale e esteticamente incompiuta, la restituisce raccontandoci una città-caleidoscopio ed è sperabile che qualcosa fiorisca dai suoi autori esordienti, che questo canovaccio collettivo provochi la crescita di linguaggi autonomi e convincenti.  
A. Cilento è scrittrice


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