martedì 31 luglio 2012

Babele: Pre e Post

 
Babele. Osservatorio sulla
 proliferazione semantica




Pre e post - pref. Un tempo prevaleva il “pre”. Nei libri di scuola non era raro imbattersi negli incasinatissimi “preromantici”. Cronologicamente più limpidi, sia pure in un contesto arduo sul terreno filologico ed ermeneutico, erano invece i “presocratici”. I “preromantici” infatti erano pieni di potenzialità che, più o meno oscuramente, anticipavano giustappunto i romantici. I “presocratici”, fossero essi apollinei o dionisiaci, venivano solo prima di Socrate, il quale veniva considerato uno spartiacque anche se non aveva scritto nulla. 

Nessuno ha però mai osato parlare di “preplatonici”. Suonerebbe persino un po’ malizioso. Procedendo in questa futile casistica, il mondo “preindustriale” assomigliava piuttosto ai “preromantici”. Non era certo il mondo agrario. Sarebbe stato troppo semplice. Era un mondo che si supponeva contenere i “germi” - si diceva proprio così - dell’industria non ancora arrivata, ma già in qualche modo prefigurabile. Gli Stati italiani “preunitari” assomigliavano invece di più ai “presocratici”, pur concorrendo a fornire i pezzi che avrebbero poi costituito il Regno unitario. I modi di produzione “precapitalistici”, a loro volta, erano nel contempo “preromantici” (anticipavano tutti quanti il capitalismo) e “presocratici” (venivano prima, o molto prima, come il modo di produzione “schiavistico”). Al “pre” si affiancò poi, imitando anche in questo caso un composto esistente in tedesco, il “tardo”: “tardo-romano”, “tardo-antico”, persino l’audace e scarsamente profetico “tardo-capitalistico” (assai di moda negli anni ‘60).

Esplose poi il “post”. E fu un’alluvione che lasciò cospicui depositi e che è diventata una spia della carenza di immaginazione sociologica, oltre che di immaginazione lessicale, davanti al presente che cambia. C’erano stati, è vero, negli anni ‘20, i “postimpressionisti”, ma non avevano fatto scuola. Il “postindustriale” di Daniel Bell (1973) - società in cui prevalgono gli addetti al terziario - ha invece aperto le cateratte. Fu poi la volta dell’interminabile parabola del “postmoderno”, iniziata in architettura, a quel che pare, con il libro di Charles Jencks The Language of Post-Modern Architecture (1977). La fortuna del termine, insieme mediatica ed accademica, fu ovunque rapidissima. In quasi ogni libro che si pubblica nella sconfinata provincia americana (Minnesota, Nebraska, Ohio, ecc.), su qualsiasi argomento, l’espressione “postmoderno” sembra diventata obbligatoria. Il postmoderno, tra l’altro, è diventato uno “stile” metastorico che viene rintracciato in varie epoche del passato, ivi comprese le “premoderne”. 

Anche l’uso del termine “postfordismo” - definito per quel che non è più, non per quel che è - denota l’incertezza sulla direzione che abbiamo imboccato. Denota soprattutto il peso del passato. Si pensi, in Italia, ai goffi e abusatissimi termini “postfascista” e “postcomunista”. Chi li usa vuol far surrettiziamente vedere che sussistono ancora “germi” del passato. Che il “post” sia sintomo del passato che non passa?

 
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3 commenti:

  1. a proposito di casistica futile (ma perché maliziosa?), ci sono tre libri che portano nel titolo l'aggettivo 'preplatonico' e mi sembrano tutti molto importanti (nel proprio campo), direi quasi dei classici:
    * B. Lanata (a cura di), Frammenti di poetica preplatonica (La Nuova Italia 1963)
    * A. Gessani, Frammenti di poetica preplatonica 2 (Aracne 2006)
    * F. Nietzsche, I filosofi preplatonici (Laterza 2004)

    Una rapida ricerca in qualunque libreria online potrebbe evitare di dare l'impressione di scrivere senza documentarsi... magari approfittando del fatto che d'estate la gente legge più distrattamente?

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    Risposte
    1. Bruno Bongiovanni04 settembre 2012 22:27

      Al lettore postindicesco o protoindicesco (benvenuto !) mi permetto di segnalare che il secondo e il terzo volume da Lui indicati sono usciti ben dopo la pubblicazione (n.5, 2000) di "Pre e Post" in Babele, rubrica nata su "L'Indice"nel settembre 1998.
      Chi sceglie di volta in volta le Babeli da inserire nel blog non sono io (non oserei mai!), ma sono i bravissimi responsabili del blog.
      Quanto al primo volume certamente lo conoscevo - ho lavorato per anni per La Nuova Italia (che non era una libreria online) -,
      ma trattasi di studio erudito e non di soggetto e oggetto di una semantica classificatorio-parascolastica, fenomeno affrontato in "Pre e Post", dove all'inizio faccio più che un cenno ai libri di scuola, là dove sussistono i presocratici, i preindustriali e ormai anche i postmoderni. Mai i preplatonici.
      Se avessi dovuto cimentarmi con tutti i libri di studio e ricerca da me conosciuti nelle varie lingue e contenenti "Pre e Post" - non nel solo titolo ! - non sarebbe bastata mezza dozzina di numeri interi de "L'Indice". Non avrei potuto, come credo Lei comprenda. Mi perdoni, ma è così.
      Grazie comunque per averci letto e per essersi posto questo problema.
      Con la più viva cordialità.

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  2. Ringraziando il lettore per l'intervento e naturalmente Bruno Bongiovanni per la precisazione, riteniamo utile spiegare il senso della scelta redazionale. La pubblicazione senza data di un pezzo "storico" (a differenza che in altri casi dove abbiamo dichiarato il "ripescaggio") comporta che in qualche modo lo si ritenga attuale: con questo spirito riproponiamo - coi margini di discutibilità impliciti in qualunque scelta ragionata - i testi delle Babeli come uscite sull'Indice in momenti diversi. Nei fatti i testi citati dal gentile lettore non attengono alla manualistica scolastica, e al suo linguaggio di "primo livello" - cui guarda invece il pezzo in questione, che in questo senso ci è sembrato serenamente proponibile.
    Ci assumiamo com'è ovvio ogni responsabilità di tale valutazione, e invitiamo i lettori - in particolare gli insegnanti di scuole superiori, che si trovano a esaminare una molteplicità di manuali - a partecipare al dialogo.

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