giovedì 26 luglio 2012

La finzione dei ricordi


Living with a penumbra
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"Ho un sogno nello scrigno, veder volare il gran Pedrinho; ho un sogno in fondo al cuor, vederlo insieme a Luvanor"

Cristian Vitali, Calciobidoni. Non comprate quello straniero, prefazione di Ivan Zazzeroni, 235 pp., € 12,90, Piano B Edizioni, Prato, 2010

Il motivo per cui ancora scegliamo, irrazionalmente, di appassionarci al calcio e ai suoi campionati ai limiti della decenza, alle sue star mediatiche e ai suoi uomini senza storia, è presto detto: la finzione regge. 

Adoperarsi per fingere, come fanno i furbi faccendieri del mondo del pallone, che lo spettacolo calcistico ad alto livello sia null’altro che una proiezione in scala societaria delle passioni che animano i tanti calciatori in erba (passati e presenti) del nostro paese, non è certo difficile, se ogniqualvolta ammiriamo ad esempio Javier Zanetti correre sulla fascia ripercorriamo le nostre stesse gloriose discese su impraticabili campetti di periferia, contro squadre altrettanto improvvisate della nostra. 

Potenza dei ricordi, verrebbe da dire con Valerio Magrelli (Addio al calcio. Novanta racconti da un minuto, cfr. la recensione di Isabella Mattazzi, “L’Indice”, gennaio 2001, p. 19), dei ricordi di un calcio che fu: quello che noi stessi abbiamo praticato, senza poter parlare, a differenza di Michel Platini, della nostra vita come di una partita di calcio (La mia vita come una partita di calcio, Rizzoli, 1989), poiché abbiamo solo finto di essere Rivera o Baggio; ma anche il calcio di un tempo ormai lontano, quello delle maglie in lanetta, delle radioline al parco, di cartelloni allo stadio con pubblicità di prodotti o addirittura servizi locali.

Come osservano Massimo Coppola e Alberto Piccinini nel loro Atlante illustrato del calcio ’80 (che raccoglie fotografie di partite e allenamenti, e soprattutto istantanee di campioni, o presunti tali, in pose improbabili: il peruviano Barbadillo, dell’Avellino, con piume indiane tra i capelli, Sandro Altobelli in Giappone con indosso un kimono, Liam Brady con un cappello à la Rino Gaetano), per coloro che, al pari di chi scrive, hanno trent’anni o poco più, gli anni Ottanta sono anni indimenticabili: Platini e poi Maradona, il mundial vinto in Spagna e quello perso in casa otto anni dopo. Ma sono anche gli anni in cui “eravamo moderni”, per riprendere il sottotitolo del recente saggio di Gervasoni (Storia d’Italia degli anni Ottanta. Quando eravamo moderni, Marsilio, 2010); gli anni in cui, spiegava Vattimo in La società trasparente (Garzanti, 1989, 2000, 2011), “diventa un valore determinante il fatto di essere moderno” (ne abbiamo discusso qui). 

Lo "squalo" Jordan
Cosicché nelle fotografie dell’Atlante si alternano i ritratti di un calcio che appunto “non c’è più” (il brasiliano Eneas, stagione 1980-81, che sbarcò a Bologna con moglie, prole e mamma, con valigie d’altri tempi, in completo elegante – giacca e gilét – ma senza camicia; lo “squalo” Jordan, scozzese del Milan, che si ruppe gli incisivi superiori in un contrasto di gioco, e che sul campo si toglieva la dentiera, con il risultato, appunto, di assomigliare a uno squalo) e altrettante anticipazioni del calcio che verrà: gli sponsor sulle maglie (i fedelissimi Ariston e Barilla, ma anche Inno-hit, Pop84, gli Oscar Mondadori), la pubblicità di Rummenigge per Rete 105 e quella di Vialli e Mancini per una bevanda al guaranà, i film trash sul mondo del pallone, il sovietico Zavarov impaurito accanto a una Ferrari, le pin-up (s)vestite da calciatori e le tante donne ammaliate da Falcao, Berlusconi che presenta il nuovo Milan scendendo in elicottero sul prato di San Siro, per una festa con le tante comparse degli schermi della Fininvest.

Sono però lo scandalo del calcioscommesse (che chiude il decennio dei Settanta) e, soprattutto, l’apertura delle frontiere ai calciatori stranieri (che apre quello degli Ottanta) i simboli della rivoluzione moderna del nostro calcio. In soccorso ai nostalgici accorre Calciobidoni, simpatico saggio di Cristian Vitali, già animatore di un fortunato blog sul tema. Nel libro si narrano le vicende di novanta cannonieri (in maggioranza) provenuti dall’estero semplicemente per recitare, il più delle volte, il loro addio al calcio alle nostre latitudini. Molti bidoni recenti, come lo strapagato spagnolo Mendieta della Lazio, e tanti calciatori ultra-minori (il “superbidone” Vampeta, il nullo Pedros, il misterioso Magallanes) – sebbene tutti indicati come nuovi trascinatori – arrivati negli anni in quello che un tempo era definito il campionato più bello del mondo, e che dunque si poteva permettere un simile spreco. Ecco il finlandese Mika Aaltonen, cui riuscì di segnare un gol memorabile a San Siro contro l’Inter, nell’89, in Coppa Uefa: acquistato dai nerazzurri, piazzato in prestito al Bologna, non lasciò traccia sui campi da gioco, ma superò quattro esami alla facoltà di economia, disciplina che oggi insegna a Turku in una business school. Ecco Luther Blissett, il titolare dello pseudonimo collettivo utilizzato da un gruppo di artisti negli anni Novanta (alcuni oggi “confluiti” in Wu Ming), bidone acquistato dal Milan forse per errore, al posto del John Barnes futuro idolo del Liverpool, per il campionato 1983-84. Di altri, invece, come del danese Soren Skov dell’Avellino, non si ricorda nulla, se non l’avvenente moglie.

Ma ad attirare la curiosità del calciofilo sono proprio le storie tutt’altro che moderne dei personaggi giunti non appena riaperte le frontiere, evento dai caratteri quasi magici, per gli entusiasmi suscitati in tifosi ignari delle spregiudicate manovre effettuate dai direttori sportivi italiani in SudAmerica e altri continenti, quando ancora mancavano You Tube e le videocassette. In quell’epoca, come ben documenta l’Atlante con fotografie personali o famigliari, era ancora possibile immaginare i calciatori come persone in carne e ossa con, appunto, una storia alle spalle (provare per credere: i Piemontesi sintonizzino la televisione, dopo le 24, su Videogruppo, e osservino un giovane Darwin Pastorin chiedere al “dodicesimo” juventino Luciano Bodini, passeggiando tra le Fiat Uno parcheggiate attorno allo stadio Comunale, cosa pensi del fenomeno della droga dilagante tra i giovani, o intervistare il vagabondo Pietro Paolo Virdis sulle virtù delle tante città nelle quali aveva vissuto). 

Zahoui con la maglia dell'Ascoli
E tra questi il già citato Eneas, che soffrì la rigidità del nostro inverno e ritornò frettolosamente (se avesse portato con sé una camicia, forse…) in patria; Zahoui, dalla Costa d’Avorio ad Ascoli nell’estate 1981, impiegato per entrare in campo alla fine delle partite, per perdere tempo; l’uruguagio Caraballo (“meglio perdelo ’he trovallo”, dicono ancora oggi a Pisa), acquistato su segnalazione di un tassista; Fortunato del Perugia, centravanti relegato sulla fascia, dove avrebbe voluto giocare Luis Silvio, che però fu scambiato per un predatore d’area (appena sbarcato in Italia, un dirigente della Pistoiese gli chiese se fosse una punta, e il povero Luis Silvio rispose di sì, senza sapere che il termine “punta”, in italiano, significa attaccante, e non “ala”, come invece il portoghese “ponta” con il quale lo aveva confuso); e poi gli indimenticabili carioca Luvanor e Pedrinho, che vissero quella di Catania come una vacanza-premio anziché un’esperienza professionale. Il fu campionato più bello del mondo deve molto all’ironia delle loro sorti. Ed è anche in questi ricordi, che la finzione trova alleati per continuare a reggere.

Pedrinho e Luvanor ai tempi del Catania


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