"Ho un sogno nello scrigno, veder volare il gran Pedrinho; ho un sogno in fondo al cuor, vederlo insieme a Luvanor"
Cristian
Vitali, Calciobidoni. Non comprate quello straniero,
prefazione di Ivan Zazzeroni, 235 pp., € 12,90, Piano B Edizioni,
Prato, 2010
Massimo
Coppola e Alberto Piccinini, Atlante illustrato del calcio ’80. La nostalgia del calcio che non c’è più in 300 incredibili fotografie dentro e fuori dal campo, 320 pp., € 9,90, Isbn
edizioni, Milano, 2010
Il motivo per cui ancora scegliamo, irrazionalmente, di appassionarci
al calcio e ai suoi campionati ai limiti della decenza, alle sue star
mediatiche e ai suoi uomini senza storia, è presto detto: la
finzione regge.
Adoperarsi per fingere, come fanno i furbi
faccendieri del mondo del pallone, che lo spettacolo calcistico ad
alto livello sia null’altro che una proiezione in scala societaria
delle passioni che animano i tanti calciatori in erba (passati e
presenti) del nostro paese, non è certo difficile, se ogniqualvolta
ammiriamo ad esempio Javier Zanetti correre sulla fascia ripercorriamo le nostre
stesse gloriose discese su impraticabili campetti di periferia,
contro squadre altrettanto improvvisate della nostra.
Potenza dei
ricordi, verrebbe da dire con Valerio Magrelli (Addio al calcio. Novanta racconti da un minuto, cfr. la recensione di Isabella
Mattazzi, “L’Indice”, gennaio 2001, p. 19), dei ricordi di un
calcio che fu: quello che noi stessi abbiamo praticato, senza poter
parlare, a differenza di Michel Platini, della nostra vita come di
una partita di calcio (La mia vita come una partita di calcio,
Rizzoli, 1989), poiché abbiamo solo finto di essere Rivera o Baggio;
ma anche il calcio di un tempo ormai lontano, quello delle maglie in
lanetta, delle radioline al parco, di cartelloni allo stadio con
pubblicità di prodotti o addirittura servizi locali.
Come osservano Massimo Coppola e Alberto Piccinini nel loro Atlante illustrato del calcio ’80 (che raccoglie fotografie di partite
e allenamenti, e soprattutto istantanee di campioni, o presunti tali,
in pose improbabili: il peruviano Barbadillo, dell’Avellino, con
piume indiane tra i capelli, Sandro Altobelli in Giappone con indosso
un kimono, Liam Brady con un cappello à la Rino Gaetano), per
coloro che, al pari di chi scrive, hanno trent’anni o poco più,
gli anni Ottanta sono anni indimenticabili: Platini e poi Maradona,
il mundial vinto in Spagna e quello perso in casa otto anni
dopo. Ma sono anche gli anni in cui “eravamo moderni”, per
riprendere il sottotitolo del recente saggio di Gervasoni
(Storia d’Italia degli anni Ottanta. Quando eravamo moderni,
Marsilio, 2010); gli anni in cui, spiegava Vattimo in La società trasparente (Garzanti, 1989, 2000, 2011), “diventa un valore
determinante il fatto di essere moderno” (ne abbiamo discusso qui).
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| Lo "squalo" Jordan |
Cosicché nelle
fotografie dell’Atlante si alternano i ritratti di un calcio
che appunto “non c’è più” (il brasiliano Eneas, stagione
1980-81, che sbarcò a Bologna con moglie, prole e mamma, con valigie
d’altri tempi, in completo elegante – giacca e gilét – ma
senza camicia; lo “squalo” Jordan, scozzese del Milan, che si
ruppe gli incisivi superiori in un contrasto di gioco, e che sul
campo si toglieva la dentiera, con il risultato, appunto, di
assomigliare a uno squalo) e altrettante anticipazioni del calcio che
verrà: gli sponsor sulle maglie (i fedelissimi Ariston e Barilla, ma
anche Inno-hit, Pop84, gli Oscar Mondadori), la pubblicità di
Rummenigge per Rete 105 e quella di Vialli e Mancini per una bevanda
al guaranà, i film trash sul mondo del pallone, il sovietico Zavarov
impaurito accanto a una Ferrari, le pin-up (s)vestite da calciatori e
le tante donne ammaliate da Falcao, Berlusconi che presenta il nuovo
Milan scendendo in elicottero sul prato di San Siro, per una festa
con le tante comparse degli schermi della Fininvest.
Sono però lo scandalo del calcioscommesse (che chiude il decennio
dei Settanta) e, soprattutto, l’apertura delle frontiere ai
calciatori stranieri (che apre quello degli Ottanta) i simboli della
rivoluzione moderna del nostro calcio. In soccorso ai nostalgici
accorre Calciobidoni, simpatico saggio di Cristian Vitali, già
animatore di un fortunato blog sul tema. Nel libro si narrano
le vicende di novanta cannonieri (in maggioranza) provenuti
dall’estero semplicemente per recitare, il più delle volte, il
loro addio al calcio alle nostre latitudini. Molti bidoni recenti,
come lo strapagato spagnolo Mendieta della Lazio, e tanti calciatori
ultra-minori (il “superbidone” Vampeta, il nullo Pedros, il
misterioso Magallanes) – sebbene tutti indicati come nuovi
trascinatori – arrivati negli anni in quello che un tempo era
definito il campionato più bello del mondo, e che dunque si poteva
permettere un simile spreco. Ecco il finlandese Mika Aaltonen, cui
riuscì di segnare un gol memorabile a San Siro contro l’Inter,
nell’89, in Coppa Uefa: acquistato dai nerazzurri, piazzato in
prestito al Bologna, non lasciò traccia sui campi da gioco, ma
superò quattro esami alla facoltà di economia, disciplina che oggi
insegna a Turku in una business school. Ecco Luther Blissett,
il titolare dello pseudonimo collettivo utilizzato da un gruppo di
artisti negli anni Novanta (alcuni oggi “confluiti” in Wu Ming),
bidone acquistato dal Milan forse per errore, al posto del John
Barnes futuro idolo del Liverpool, per il campionato 1983-84. Di
altri, invece, come del danese Soren Skov dell’Avellino, non si
ricorda nulla, se non l’avvenente moglie.
Ma ad attirare la curiosità del calciofilo sono proprio le storie
tutt’altro che moderne dei personaggi giunti non appena riaperte le
frontiere, evento dai caratteri quasi magici, per gli entusiasmi
suscitati in tifosi ignari delle spregiudicate manovre effettuate dai
direttori sportivi italiani in SudAmerica e altri continenti, quando
ancora mancavano You Tube e le videocassette. In quell’epoca, come
ben documenta l’Atlante con fotografie personali o
famigliari, era ancora possibile immaginare i calciatori come persone
in carne e ossa con, appunto, una storia alle spalle (provare per
credere: i Piemontesi sintonizzino la televisione, dopo le 24, su
Videogruppo, e osservino un giovane Darwin Pastorin chiedere al
“dodicesimo” juventino Luciano Bodini, passeggiando tra le Fiat
Uno parcheggiate attorno allo stadio Comunale, cosa pensi del
fenomeno della droga dilagante tra i giovani, o intervistare il
vagabondo Pietro Paolo Virdis sulle virtù delle tante città nelle
quali aveva vissuto).
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| Zahoui con la maglia dell'Ascoli |
E tra questi il già citato Eneas, che soffrì
la rigidità del nostro inverno e ritornò frettolosamente (se avesse
portato con sé una camicia, forse…) in patria; Zahoui, dalla Costa
d’Avorio ad Ascoli nell’estate 1981, impiegato per entrare in
campo alla fine delle partite, per perdere tempo; l’uruguagio
Caraballo (“meglio perdelo ’he trovallo”, dicono ancora oggi a
Pisa), acquistato su segnalazione di un tassista; Fortunato del
Perugia, centravanti relegato sulla fascia, dove avrebbe voluto
giocare Luis Silvio, che però fu scambiato per un predatore d’area
(appena sbarcato in Italia, un dirigente della Pistoiese gli chiese
se fosse una punta, e il povero Luis Silvio rispose di sì, senza
sapere che il termine “punta”, in italiano, significa attaccante,
e non “ala”, come invece il portoghese “ponta” con il quale
lo aveva confuso); e poi gli indimenticabili carioca Luvanor e
Pedrinho, che vissero quella di Catania come una vacanza-premio
anziché un’esperienza professionale. Il fu campionato più bello
del mondo deve molto all’ironia delle loro sorti. Ed è anche in
questi ricordi, che la finzione trova alleati per continuare a
reggere.
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| Pedrinho e Luvanor ai tempi del Catania |
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