martedì 3 luglio 2012

Lettura, dal basso all'alto




   Bambini
nel tempo




Un'infanzia adulta con i libri dei nonni
di Antonella Cilento*

Sono bassa, per arrivare alla libreria in camera mia o nella “stanzetta”, che è un bugigattolo dove mia nonna dormirà dopo la morte di mio nonno per quasi dieci anni, e che ancor oggi chiamiamo “stanzetta” soprattutto perché disutile a qualunque utilizzo pratico, devo salire su una sedia. 
 
La mia infanzia è priva di mobili per bambini, è un’infanzia adulta. Il letto è chiuso nella libreria, luogo dei sogni: è un mobile moderno, ma questo significa che il letto è scomodamente ripiegato fra i libri e bisogna tirare una maniglia nera per farlo scendere sul tappeto sardo che campeggia, scivoloso, al centro della camera, che è anche dominata da un’enorme scrivania dai piedi leonini e da un guardaroba gigantesco. Non posso far scendere da sola il letto, è troppo pesante, bisogna sganciarlo, la manovra rischia di far saltare le mini-dita che posseggo intorno ai cinque anni. Ma ai libri invece, con una sedia, arrivo.

Fra i cinque e i tredici anni ho letto come un’idrovora. E dopo anche di più, ma il bello di questa prima fase della lettura, iniziata con la voce di mia madre che sillaba minuscoli librini disegnati, stesa sul letto dispiegato dopo cena, è poterne comprare senza limiti: basta che il nonno mi venga a prendere a scuola e mi porti dal giornalaio nell’incrocio sotto casa, che era ed è anche libraio. Ho letto a uguale velocità fumetti e libri. La copertina lucida de Il tulipano nero di Alexandre Dumas, Lord Jim, Il ritratto di Dorian Gray, Il fantasma di Canterville, tutto Salgari e una buona parte di Giulio (come si diceva) Verne, i timidi libri per fanciulle di Paola Masino, che in verità mi piacevano assai meno di Stevenson.

E insieme Tex, Zagor, Topolino, Mister No, Il comandante Mark, Ken Parker.

A scuola, undici anni, Pavese, Prima che il gallo canti, e, fondamentale, Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli, una delle ragioni per cui scrivo. E poi un libro che ho ancora e uso sempre, prezioso, la prima edizione dei racconti di italiani del Novecento, il meridiano curato da Enzo Siciliano, con una dedica di mio padre per i miei tredici anni, dove faccio conoscenza con tanti: Manganelli, Anna Banti, altra scoperta fondamentale, Elsa Morante, a seguire la lettura de L’isola di Arturo, Patroni Griffi, D’Arzo, Rea. 
 
A casa di mia nonna, quella paterna, invece ci sono romanzi abbandonati in una cesta: la visita è obbligatoria e penosa, il Parkinson costringe questa mia nonna muta e tremante su una sedia a rotelle, la casa è triste per una bambina, piena di bronzi in stile pompeiano, il pianoforte a parete (un obbligo, c’è anche in casa dell’altra nonna e delle zie), tavoli lunghi alti e freddi. Insomma, un covo di vecchietti e stanze che odorano di medicinali, detersivo, marmellata al tamarindo. 
 
Eppure qui, nella cesta, ci sono tutti i libri di un tal Cronin, molto romantici. E una copia de La fattoria degli animali (divorato, invece 1984 è stato letto tempo dopo, credo). Letture leggere e latamente erotiche: Uccelli di rovo, luogo della scoperta della sessualità.

A casa, invece, continuano le letture brumose: Hector Malot, Dickens (La piccola Dorritt rischia di non farmi leggere altro, poi invece scopro David Copperfield e la dickensite mi prende), Victor Hugo (I Miserabili). 
 
In questi anni, finché il nonno è vivo, ovvero fino al compimento del decimo anno – 1980, anno del terremoto, della morte del nonno, dell’inizio delle scuole medie, somma di tutti i traumi personali senza contare fatti italiani ben più gravi che qui è vano ricordare – i libri vivono un flusso ininterrotto dalle scansie del giornalaio-libraio Don Ciccio alle librerie di casa, per me sempre meno alte. 
 
Scrivo con i piedi sulla sbarra decorata della scrivania dai piedi di leone. La sedia su cui studio è in finto Rinascimento, di pelle, azzeccosa, mi ci incollo il sedere con il caldo, ci scivolo sopra con il freddo. 
 
Di nascosto ritaglio uccelli tropicali da un album per figurine e li incollo al prezioso parato lavabile accanto al letto, gioiello della mamma. Nel frattempo è arrivata mia sorella, che per i miei dieci anni ne compie cinque e inizia a leggere a sua volta. Ora leggo io a lei, qualche volta, ma il più delle volte mi spia seccata perché infilo la testa nei libri e mi assento, immersa nel mondo da cui non sarei mai più uscita. Quando si gioca con il fortino del Far West però siamo subito d’accordo: gli indiani dentro, i soldati fuori. Leghiamo le barbie – mai amate e ricevute per forza in dono – al palo delle torture. 
 
Sto diventando alta, ora arrivo anche alla libreria della “stanzetta”: Enzo Biagi, Mario Pomilio, i libri di Storia, le letture di mio padre. È l’estate del mio quattordicesimo compleanno quando scrivo il mio primo racconto completo.



*Antonella Cilento si è presa questa fissa di scrivere da bambina e da allora non ha più smesso. Ci ha impiegato tanti anni a vedere pubblicati i suoi libri, così tanti che quando qualcuno le dice che li ha letti lei se ne stupisce o qualche volta se ne scusa, come se avesse imposto il suo mondo imperfetto all’ingenuo lettore. Comunque, ormai la malattia è presa: ora esce il suo decimo libro, le toccherà portare in giro per mano la bambina che era alle presentazioni. La bambina, però, non vuole, preferirebbe restare a casa a leggere.


Ti è piaciuto l'articolo? Non farti sfuggire il nuovo numero de L'Indice
Corri in edicola, e continua a scegliere


Nessun commento:

Posta un commento

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...