Nei sottoscala dei roghi di libri
Risale ormai all’anno passato la brutta storia (cfr. L’Indice, febbraio 2011, Editoriale) delle liste di proscrizione di scrittori promosse da alcuni assessori di centro-destra del Nordest, e ripiegate per il moto d’indignazione della società civile e di tanti intellettuali italiani e stranieri: occasione in cui era però emersa anche una parallela epurazione silenziosa che in biblioteche del Veneto leghista – e non solo lì – colpiva altri scrittori e persino giornali “politicizzati”. Difficile dire se tale secondo fenomeno più sfuggente, dopo la denuncia e le reazioni seguite (sprezzo, dinieghi, rassicurazioni), abbia conosciuto una vera battuta d’arresto: le censure che giocano su inerzia e silenzio dietro le quinte, nutrendosi di pregiudizi a mezza voce, sono sicuramente più insidiose di quelle proclamate dai megafoni. All’epoca del caso, comunque, anche a fronte della greve timidezza di una significativa parte dell’editoria e di alcuni ritardi dell’informazione, gli scrittori – non solo i censurati – si erano mobilitati in una rete, Scrittoricontroilrogo: e insieme alle altre categorie più direttamente coinvolte (bibliotecari, insegnanti…) avevano animato una serie di iniziative attorno all’idea che i roghi di libri rappresentino sempre una sconfitta per la democrazia.
È in questo contesto che un manipolo di aderenti alla rete con l’appoggio di un editore coraggioso, Alegre, ha varato l’antologia Sorci verdi. Storie di ordinario leghismo (Roma 2011): non un saggio politico ma una raccolta di racconti di svariato registro, dall’esilarante al tragico, dalla meditazione civile alla fantasia di genere, per restituire il senso di un clima diffuso: “quella cultura quotidiana, spesso metodica e paziente – spiega l’Editore – che ha imbarbarito le relazioni sociali e umane e modificato il tessuto civile di questo Paese”. Se non è scontato che un’operazione “militante” anche civilmente meritoria risulti convincente sul piano della scrittura, Sorci verdi supera felicemente la sfida; e il risultato (per cui gli autori non hanno voluto alcun compenso, gli eventuali utili saranno destinati a sostenere la biblioteca del carcere di Padova) non si consuma in una polemica da squadre partititiche. In scena è anzitutto una porzione di società italiana, quel tessuto di torpida normalità e compiaciuta intolleranza, paure e spregiudicatezza che preesiste al fenomeno Lega, per trovare poi in essa una cassa di risonanza e un nuovo incubatoio: qualcosa a cui rischiamo di assuefarci considerandola materia per commedia, o un fatto semplicemente inevitabile. E bevendoci magari il mito/pregiudizio secondo cui sì, i suoi alfieri sono un tantino pittoreschi ma garantiscono buona amministrazione e concretezza. L’uscita del testo precede – è appena il caso di rammentarlo – le ultime clamorose inchieste.
Alla base dei racconti sono notizie di cronaca, delle quali gli autori riprendono i nodi essenziali con maggiore o minor libertà sul contorno per costruire un mosaico di ampio respiro: un mondo dove si conciliano sogni di piccolo cabotaggio (Polenta e salsiccia di Giulia Blasi sulle selezioni di Miss Padania, “l’unico concorso di bellezza nazionale sostenuto ufficialmente da un movimento politico”) e fame d’affari (Il Celtopardo di Walter G. Pozzi), grigiore reazionario a base di ordinanze di polizia (Johan Messican a la descoverta de la Padania di Fabrizio Lorusso) e ammiccanti derive da strapaese (I miei vicini è gente che lavora di Davide Malesi), saldature d’utile con le componenti più retrive del mondo cattolico (Cambio della guardia di Giovanna Cracco) e desolanti meditazioni sulla selezione della classe dirigente di domani (Il deficiente di Girolamo De Michele, su un tema che gli ultimi sviluppi hanno portato alle prime pagine dei giornali).
![]() |
| Stefano Tassinari |
A volte il linguaggio narrativo è quello del paradosso e della satira, di fronte a parole d’ordine che sembrano offrirvisi su un piatto d’argento (Il sole sorgerà ancora di Alessandra Daniele, che rilegge in chiave fantascientifica le goffe saghe dei simboli padani, Federalismo fiscale di Valerio Evangelisti, Adige di Stefano Tassinari su un virtuale Nordest futuro, Summer Radio Days (Io sono un tiratore scelto) di Lello Voce); ma in genere l’amarezza prevale. Come nei racconti dove è di scena, in varie forme, l’intolleranza razzista documentata in termini fin troppo asettici sui giornali: l’aggressione al cameriere di diversa etnia (Non mi pento di Annalisa Bruni) e il clima di odio che porta ai roghi dolosi nei campi nomadi (Pietà l’è morta (MissisSile Burning) di Giuseppe Ciarallo), il bando di una bimba morta da un cimitero locale dell’Udinese perché musulmana (La primavera di Maryam di Stefania Nardini), la tolleranza invece verso la brutalità che colpisce lo straniero (Una cartolina razzista dalla spiaggia di Alberto Prunetti). Dove si mette bene a fuoco il rapporto tra intolleranza e linguaggio che la legittima e propaga: da quello dei proclami di piazza (Niente case ai bingo bongo di Massimo Vaggi, Comizio di Angelo Ferracuti – in realtà un montaggio di affermazioni originali di noti esponenti leghisti, assemblate “senza mai cambiare il senso delle dichiarazioni”) all’altro non meno odioso che infetta dal basso il vivere quotidiano (il bellissimo Matteo piccolo piccolo di Valeria Parrella).
Che al lessico dell’imbarbarimento si oppongano in prima fila coloro che ben conoscono la concretezza della parola pare tanto più oggi fondamentale, e battaglia da sostenere. E anche per questo piace oggi ricordare uno degli aderenti all’avventura di questo libro prematuramente scomparso, intellettuale appassionato e retto, Stefano Tassinari (1955 - 2012).
Ti è piaciuto l'articolo? Non farti sfuggire il nuovo numero de L'Indice.
Corri in edicola, e continua a scegliere.




Nessun commento:
Posta un commento