Il Marley di Macdonald: rockstar, profeta... e uomo
Un documentario destinato alle sale cinematografiche dura mediamente 80/90 minuti, Marley ne dura quasi il doppio ma vi assicuro che quasi non ve ne accorgerete. Sinceramente potreste anche uscire dalla sala pensando di aver visto un film di finzione.
Il primo vero e ufficiale biopic dedicato a Bob Marley porta la firma di Kevin Macdonald, regista scozzese che passa infatti dalla finzione alla realtà senza difficoltà, spesso stando proprio ai confini tra i due generi come ne La morte sospesa (2003) e in Un giorno a settembre (1999). In entrambi film il regista rende i fatti molto narrativi con una buona dose di drammatizzazione; se li avete persi sono recuperabili (usciti entrambi sul mercato home video).
Per Macdonald Marley è un ritorno alla biografia, dopo il successo del film di finzione L’Ultimo Re di Scozia.
Il titolo rivela di per sé una caratteristica importante del film e cioè che sebbene Bob sia l’assoluto protagonista, è la famiglia Marley tutta a scoprirsi con aneddoti e immagini di repertorio inedite ed emozionanti. In particolare la moglie Rita ne esce molto bene, della serie “dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna”. Pregio del film è evitare di percorrere solamente la facile strada della mitizzazione. Bob Marley – che un mito lo è davvero – viene mostrato non solo come rockstar e profeta ma anche come uomo; e per chi lo ha sempre amato e ascoltato il risultato è che lo si vede sotto una luce più umana, difetti compresi. Una delle sue tante donne lo ammette: era egoista ma era impossibile odiarlo.
Il racconto parte da un dettaglio che quasi tutti ingenuamente ignoriamo ma che è invece fondante per la sua storia: Marley è meticcio, figlio di un padre bianco e inglese che l’ha abbandonato appena nato.
Il titolo rivela di per sé una caratteristica importante del film e cioè che sebbene Bob sia l’assoluto protagonista, è la famiglia Marley tutta a scoprirsi con aneddoti e immagini di repertorio inedite ed emozionanti. In particolare la moglie Rita ne esce molto bene, della serie “dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna”. Pregio del film è evitare di percorrere solamente la facile strada della mitizzazione. Bob Marley – che un mito lo è davvero – viene mostrato non solo come rockstar e profeta ma anche come uomo; e per chi lo ha sempre amato e ascoltato il risultato è che lo si vede sotto una luce più umana, difetti compresi. Una delle sue tante donne lo ammette: era egoista ma era impossibile odiarlo.
Il racconto parte da un dettaglio che quasi tutti ingenuamente ignoriamo ma che è invece fondante per la sua storia: Marley è meticcio, figlio di un padre bianco e inglese che l’ha abbandonato appena nato.
Partendo da qui il film copre in maniera appassionante l’intero arco della breve vita di Marley restituendo alle canzoni, praticamente sempre autobiografiche, il loro vero significato: come “Small axe” (“if you are a big tree we are a small axe”), rivolta allo studio di registrazione che i Wailers contrastavano, o “Corner stone” (“the stone that the builder refused…”) dedicato alla sofferta vicenda dell’abbandono. Anche l’elemento spirituale con la discutibile adesione al rastafarianesimo, è naturalmente centrale; MacDonald ne sottolinea l’importanza e utilizza due volte la poca nota ma significativa “Selassie is the Chapel”.
La vita di Marley è legata in maniera viscerale anche alla storia turbolenta della sua isola. Per il popolo giamaicano Bob ha rappresentato e rappresenta uno dei pochi motivi di unione, molto forte in questo senso sono le scene del film che ricostruiscono il concerto per la pace suonato a Kingston nel 1978 in un paese sull’orlo della guerra civile. Chissà se anche Marley, come recentemente Youssou N’Dour in Senegal e Wicleaf Jean ad Haiti, si sarebbe poi candidato alle elezioni… beh sarebbe stato senza dubbio un trionfo.
Se vi rimane la voglia di sondare più approfonditamente le sorti post-Bob Marley dell’isola caraibica, consiglio il doc Life and debt di Stephanie Black uscito nel 2002 a 40 anni dall’indipendenza ottenuta dalla Gran Bretagna. In Italia si è visto nei festival ma non è mai uscito in dvd, in lingua invece lo trovate online.
Se vi rimane la voglia di sondare più approfonditamente le sorti post-Bob Marley dell’isola caraibica, consiglio il doc Life and debt di Stephanie Black uscito nel 2002 a 40 anni dall’indipendenza ottenuta dalla Gran Bretagna. In Italia si è visto nei festival ma non è mai uscito in dvd, in lingua invece lo trovate online.
Per ritrovare invece in un libro la stessa efficacia del film Marley segnalo Bass culture di Lloyd Bradley – edito in Italia da Shake Edizioni – è la più completa storia di ska, rocksteady, roots reggae, dub e dancehall. Un libro musicale ma anche un interessante punto di vista sulla società e sulla storia giamaicana.
La Lucky Red, distributore italiano del film, ha scelto di programmare il film Marley con una giornata evento lo scorso 26 giugno (un’alternativa distributiva in voga e già sperimentata online proprio da un precedente documentario partecipativo diretto da Macdonald, Life in a day). In alcune città, tra cui Torino e Milano, Marley è ancora in sala. Se potete naturalmente godetevelo sul grande schermo, altrimenti il film sarà disponibile da settembre in dvd per Feltrinelli Real Cinema.
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